2666

“2666”, di Roberto Bolaño, edito da Adelphi – Recensione di Francesca L. Lovecchio

Roberto Bolaño è uno di quegli scrittori che ho scoperto per caso, attratta dalla copertina esotica e un po’ malinconica di uno dei suoi libri, curiosando fra i libri di mio padre.
Senza sapere nulla mi sono lanciata nella lettura di questo autore cileno – ma cresciuto in Messico – finché, grazie al regalo di un’amica, sono approdata a 2666, penultimo libro di Bolaño e summa di tutta la sua letteratura.
Un alone di mistero circonda il titolo del romanzo, come un po’ la persona stessa dell’autore che fu, fra le altre cose, vendemmiatore, custode di un campeggio, commesso, giornalista. Leggenda vuole che il titolo rimandi a un futuro lontano, sebbene di futuro non ci sia nulla nel romanzo. Si è anche arrivati ad ipotizzare che l’idea di Bolaño fosse quella di presentare non un libro sul futuro, bensì un libro proveniente dal futuro. Non sono mancati i rimandi all’Apocalisse biblica e al terribile numero 666, il numero del diavolo.
2666 è una sorta di bibbia, è un libro infinito con dentro altri cinque libri che Bolaño avrebbe voluto che si leggessero nell’ordine che più si preferiva. Le edizioni odierne li presentano nel seguente ordine: La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti e La parte di Arcimboldi. Sono cinque libri a sé e possono essere letti davvero in qualsiasi ordine si decida di procedere, anche dall’ultimo al primo.
Allora a che pro metterli tutti insieme? Ci sono tre cose che li legano, al di là dei confini fisici e narrativi delle cinque storie.
Il tempo. I libri coprono un arco di tempo che abbraccia tutto il Novecento, dallo scoppio della prima guerra mondiale fino alla fine degli anni Novanta.
Il luogo. Nonostante i cinque romanzi siano ambientati in ogni parte del mondo – Spagna, Italia, Inghilterra, Francia, Germania, Stati Uniti, Russia – tutti i protagonisti convergono, prima o poi, nella misteriosa e ansiogena città di Santa Teresa, nel nord del Messico (e chi avrà letto Detective selvaggi, sempre di Bolaño, la ricorderà benissimo). Città misteriosa, ma anche violenta, cimiteriale, pericolosa. A Santa Teresa giungono i critici protagonisti del primo libro, le cui vite lavorative e personali si intrecciano nelle sale conferenze e nei letti delle più belle città europee; sono alla ricerca di uno scrittore tedesco da tempo scomparso, ma finiranno per perdersi nelle strade polverose e nei bar troppo affollati. Santa Teresa è anche il teatro di centinaia di omicidi di donne, che vengono violentate, torturate e poi barbaramente uccise. Bolaño ce ne dà una lista dettagliata nel quarto libro, dove per pagine e pagine seguiamo una sorta di bollettino di morte.
Santa Teresa è il filo rosso che unisce i cinque romanzi.
L’altro filo rosso è Benno von Arciboldi, scrittore tedesco che vive nell’ombra, nessuno lo conosce, nessuno l’ha mai visto, ma continua a ritornare nei cinque libri, fino all’ultimo che lo vede, in gran parte, protagonista. E finalmente conosciamo la sua storia, una storia che – magistralmente – si ricollega proprio agli omicidi di Santa Teresa.

Il vero protagonista di 2666 è però il lettore, che entra in un mondo fatto di libri, di violenza, di sesso, di maquiladoras, di uova alla ranchera e birra ghiacciata, di poliziotti corrotti e di poliziotti buoni, di prostitute, di scrittori, di zoppi e di baronesse. Di città europee e di piccoli villaggi messicani, poverissimi.
Non lasciatevi spaventare dalla mole del libro, che racchiude non una storia, non cinque storie, ma migliaia di storie. Bolaño è abilissimo nel creare centinaia di personaggi e di renderli tutti, allo stesso modo, protagonisti delle storie che racconta. Ed entrare in un romanzo di Bolaño vuol dire entrare in un mondo nuovo.

Voto: ●●●●○


recensione di Francesca L. Lovecchio

Francesca L. Lovecchio

Francesca L. Lovecchio

Scrivo per me stessa, ma a volte lo faccio anche per gli altri.