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Dopo #OscarsSoWhite dell’anno scorso, l’hashtag accusatorio su cui si puntava all’annuncio delle nomination degli Oscar 2017 era #OscarsSoMale (il dato: solo il 19% delle candidature è rosa, categorie attoriali escluse). Ma non fai nemmeno in tempo ad indignarti, signora mia, che i repubblicani tirano fuori #boycottOscars, prevedendo i discorsi dei premiati – tutti politici, tutti anti-Trump. Il che è nulla in confronto a quello che succederà se i votanti (in totale spregio del Cinema in sé, per quanto mi riguarda) si siano convinti alla fine a premiare Moonlight Miglior film, a scapito di La La Land, con l’idea di dare uno schiaffo a The Donald e a un’America-paese-reale invisa a Hollywood (Clint Eastwood escluso). Andiamo però con ordine e vediamo quali sono i nove film in concorso.

Arrival – Che Denis Villeneuve fosse un talento lo si era ampiamente capito. Che fosse capace di rendere intima la fantascienza era più difficile da pronosticare. Ma tant’è. Complice lo sguardo liquido di Amy Adams (è una linguista di fama mondiale, e madre devastata dalla prematura morte della figlia, che deve entrare in contatto con gli alieni), l’Inception del canadese è a tratti abbagliante. Amy, portaci nel Sistema Trappist-1!

Barriere – Se August Wilson potesse rispondere dall’oltretomba direbbe che non poteva sperare in un cast migliore per la sua pièce già premio Pulitzer. Denzel Washington, qui anche regista, e Viola Davis sono infatti un afro-dream team da sogno, impegnato in una esistenza di rabbia e frustrazione che cova sotto la cenere della segregazione razziale. Lo sbarco dal teatro al cinema è tuttavia farraginoso. Pantere nere.

Hacksaw Ridge – Il mingherlino Desmond T. Doss (Andrew Garfield), cresciuto in Virginia in una famiglia vessata da padre alcolizzato, decide di arruolarsi sconvolto dall’attacco a Pearl Harbor. Obiettore di coscienza, si rifiuta di impugnare le armi. E da soldato soccorritore, con una fede incrollabile assurge da codardo a eroe. Un bagno di sangue, imbastito con furia, nel quale Mel Gibson inzuppa tutta la propria spiritualità. Occidentali’s Karma.

Hell or High Water – Chris Pine e Ben Foster (lui è l’attore più sottovalutato a Hollywood, peccato) sono due fratelli che compiono una serie di rapine a piccole banche di provincia per salvare la fattoria dei genitori pignorata. Sulle loro tracce un esperto Texas Ranger (Jeff Bridges) all’ultimo caso prima del pensionamento. Western corposo, sa un po’ di compitino. Imbucato.

Il diritto di contare – Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe dirigono il regista Theodore Melfi (no, non è un errore) interpretando le tre afroamericane che, lavorando in una Nasa razzista e misogina – vero specchio dei tempi -, daranno un contributo essenziale per portare John Glenn in orbita nel 1962. Da una storia vera, un film tanto prevedibile quanto amabile. Once you go black

La La Land – Mia (Emma Stone) vuole diventare la Eva Harrington di una qualunque delle star a cui serve cappuccini. Sebastian (Ryan Gosling) suona in scalcagnati pianobar. Si incontrano, si innamorano, arrivano al successo. E con esso alla consapevolezza che mal si addica all’amore. Più che un film, Damien Chazelle regala un colpo di fulmine come pochi in precedenza. Se non uscite dalla sala fischiettando e col cuore leggero siete delle brutte persone. Damien, dirigici la vita (cit.).

LionLa strada verso casa – Nel 1986, il quattrenne Saroo sale per sbaglio su un treno vuoto che non fa fermate. Finisce a Calcutta, a 1.600 chilometri da casa. Adottato, vola in Australia. Venticinque anni dopo si mette alla ricerca delle sue radici. Drammone che sfiora di continuo il caricaturale, Dev Patel, Nicole Kidman e Rooney Mara evitano il disastro. Tu vuo’ fa’ ll’indiano.

Manchester by the Sea – Diretto da Kenneth Lonergan, che ne ha scritto pure la sceneggiatura (carica di dolore e ironia in egual misura è la migliore dell’anno, insieme a quella bizzarra di The Lobster di Efthymis Filippou e Yorgos Lanthimos), incanala la stoccafissità di Casey Affleck in un racconto di annichilimento e ripartenze. Nel cast anche Michelle Williams. Ma la rivelazione è il giovane Lucas Hedges. La pesanza.

Moonlight – Saccheggiando la propria realtà, il regista Barry Jenkins fa centro. Diviso in tre parti, il film sovrespone l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, un gay di colore che lotta per sopravvivere a Miami. Sullo sfondo c’è la droga, la difficile accettazione sociale e la voglia di vivere. Asciutto e pieno di maschere dietro cui spiare, ha in regia e fotografia armi di seduzione. Uno e trino.

La politica, si diceva in apertura, e il peso specifico in un premio Oscar. Perché fare finta che non incida è da tenerissimi beoti. Da qui la valutazione che se Chazelle è il favorito su Jenkins tra i registi, La La Land rischia grosso sul fronte Miglior film. Nel momento in cui la bile di Trump è sui giornali un giorno sì e l’altro pure, la tentazione di dare il boccone amaro all’amministrazione del burino in chief potrebbe avere un portavoce nella battaglia contro gli stereotipi di Moonlight. Una presa sui giurati che darebbe al film la statuetta che vale tutto il cucuzzaro. Restano tagliati fuori Manchester by the Sea e Hacksaw Ridge, terzi per niente incomodi.

Tra gli attori protagonisti, il duo Emma Stone e Ryan Gosling è atteso al cinguettio sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles. La resistenza di Casey Affleck e di Isabelle Huppert, lei pazza col botto in Elle, è stata eroica ma pronta per essere archiviata – io segnalo però Natalie Portman e la sua maestosa Jacqueline Kennedy in Jackie. Tra i non protagonisti, Viola Davis (giustamente) senza rivali, mentre Mahershala Ali (Moonlight) potrebbe spuntarla su Dev Patel e su Michael Shannon (Animali notturni).

Consistente il capitolo snobbati. Personalmente ritengo che Jackie meritava la nomination per il Miglior film, ma soprattutto la meritava il suo regista, il cileno Pablo Larraín (l’avrei preferito a Lonergan). Più considerazione inoltre spettava a Michael Keaton (è un ladro di proprietà intellettual-hamburgerina in The founder), a Amy Adams (per Arrival, se non per Animali notturni) e Rebecca Hall (Christine).

Il patriottismo italico punta su Fuocoammare, in corsa per il Miglior documentario. Il probabile vincitore è O.J.: Made in America di Ezra Edelman, ma dopo l’Orso d’Oro al Festival di Berlino, e l’Efa, speriamo che Gianfranco Rosi porti via l’omino dorato. La sua groupie principale è stata Meryl Streep, che equivale a dire aver ricevuto la benedizione della Regina Madre (o di Maria De Filippi).

E a proposito di Streep, è in gara tra le protagoniste – per Florence – e senza speranza di vittoria. Ho quindi una richiesta per l’Academy: smettete di candidarla. È la più brava, ci mancherebbe, ma facciamo che la nomination gliela date solo se sicuri poi di premiarla? O almeno cambiate l’annuncio, e dalla prossima volta che diventi “Ed ecco le quattro candidate, più Meryl Streep, nella categoria Miglior attrice protagonista”. Deal?

articolo di Ross Di Gioia