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Bevendo il tè con i morti” di Chandra Livia Candiani, Edizioni Interlinea, 2015 – Recensione di Federica Guerra

«Siamo una narrazione che finisce»: ma nelle poesie di Chandra Livia Candiani alla notte segue sempre il mattino

La prima edizione di Bevendo il tè con i morti risale a circa dieci anni fa, e sarebbe stato impossibile trovarne una sola copia in libreria se Interlinea non lo avesse ridato alle stampe nell’autunno del 2015, perché, come giustamente si legge nella prefazione di Vivian Lamarque, «È passato quasi un decennio da allora e quel Tè è più vivo che mai». Il tè che beve Chandra L. Candiani, come lei stessa afferma, è un tè che divideva con i vivi, fino a quando non si è resa conto che nelle vuote parole dei vivi non trovava nutrimento, né nella loro presenza – la compagnia. Per questo ha deciso di fare spazio ai morti, nella sua vita e nella sua poesia:

Io e i morti
taciamo insieme
sparito
l’incolmabile abisso
tra due viventi.

La presenza dei morti – costante nelle poesie di questo libro – non è da intendersi come un monito, un promemoria a ricordarle quello che l’aspetta – bensì come una guida. I morti sono ospiti che non se ne sono mai realmente andati, anzi continuano ad abitare le nostre case come discreti e silenziosi coinquilini che ci guardano vivere male, e ci insegnano a vivere meglio:

I morti sull’albero del giardino
guardano il mio tentativo di vivere
e premurosi chiedono al pino
con mille aghi di pungermi
l’anima le mani la faccia 
per interrompere i mille gorghi
di un “Arrivederci” “Come sta?”
”A domani!”

Loro che – incorporei – possono essere vento, aria, terra e gocce di pioggia, possono pure parlare con gli alberi e chiedere al ciliegio del giardino di provare per una volta ad essere qualcos’altro, a muovere i primi passi / fuori dalle radici / a gettarsi in una nuova scrittura / senza rami. Così pure noi, vittime di una sedentarietà che non ci appartiene, con le nostre radici salde e comodamente piantate a terra, potremmo reinventare le nostre vite, uscire per una volta dal tracciato e buttarci in un vortice nuovo, niente affatto prestabilito, prima di invecchiare e diventare anche noi una risma di fogli, come toccherà forse un giorno al ciliegio.

Candiani – in controtendenza rispetto al messaggio che la contemporaneità vuole lanciarci – sembra opporsi al diktat del “bisogna sempre guardare avanti, mai indietro“, perché sa che se non ci voltassimo forse non potremmo vederli questi morti, non potremmo sentirne la presenza né tantomeno ricordarne gli insegnamenti; insegnamenti che l’autrice non espone in modo didascalico nella forma di raccomandazioni o istruzioni per l’uso, bensì traducendoli attraverso il filtro della poesia, cercando di condensare nelle sue parole leggére e misurate le ossessioni, i rimpianti, i ricordi e le epifanie dei morti che popolano i suoi versi; riuscendo in questo modo a dare vita a tanti delicatissimi ritratti, in ognuno dei quali sta un morto come una città in una palla di vetro, e a circondarlo la neve, neve che cade in molte delle poesie contenute in questo libro:

Bussa
a ogni fiocco di neve
il morto innamorato.
«Sei tu il respiro dell’amata?»
«Sei forse tu il suo sorriso
sempre improvvisato?»
«Dimmi sei tu
il ricordo che fino a qui
mi tiene al dubbio
del suo amore legato?»
Non io non io
ripete la neve
torna al riposo senza memoria
all’altra più leggera terra
che non conosce
né amato né amata.

E ancora:

Arde l’anima
senza stagione
e luce al lampione cerca
e diffuso candore
alla neve chiede
per l’ultima lettera stretta
tra le dita senza corpo,
ma non più parole legge
né più sa tradurre suoni
solo vasti ripetuti spazi
pianure accecanti abissi
e azzerate montagne
tra il nero dell’alfabeto
e una sola sospesa al senso intenzione
a cui sempre si aggrappano i vivi:
a domani!

È opinione comune che la progettualità sia la sola cosa che realmente ci differenzia dagli animali, ovvero il semplice fatto di poter dire: “domani farò“. Ma il domani esiste per chi è ancora soggetto al tempo, non per chi non c’è più e non ha più bisogno di occuparsi di quel che farà, di fare progetti e rispettare scadenze:

Senza progetti i morti
s’inchinano alla neve
l’ultima neve dell’anno
non pregano più
non turbinano i desideri
è un dio-qui
che li accompagna
mentre fatui corrono
via dal già ballato ballo
dei vivi cartolai
di misere memorie
e di sogni regali.

A che serve una progettualità senza memoria? Questo l’interrogativo che sembra emergere dalle parole dell’autrice. Tanto vale, quindi, accostare l’orecchio all’invisibile, e provare ad ascoltare chi non vive più nel qui ed ora, chi non è più carne, né ossa: «qualcosa / è appuntata nel petto / un’identica stella / non per la direzione futura / ma remota a dire guarda / ero io quella / che seduta ora accanto a te / già scivola nel passato».

La morte è un taglio netto, «qualcosa di selvaggio, di indomabile, qualcosa che rompe il ritmo, della consuetudine, che squarcia l’aria» e i morti sono lo strappo nel sipario / la rosa inclinata / fino a far dubitare / della verticalità dell’aria», ma Candiani ci insegna a non arrenderci alla paura del vuoto che segue la perdita. Lo ribadisce anche nell’ultimo capitolo del libro, dedicato alla sua “Madre eretica”, dove da sola si ammonisce: «Mi insegno / a non proferire urlo / mentre mi cadono addosso / secchi di notte / mentre mi inchiostro / nera sotto lenzuola / pallide e fremo d’alba».

Ricordo che da piccola mi facevano alzare presto la mattina del 2 novembre, perché tradizione vuole che quel giorno, il giorno dei morti, i cari estinti vengano all’alba a trovare conforto dal loro pellegrinaggio nei nostri letti e dunque è nostro dovere fargli posto. Io, naturalmente, mi rifiutavo di farlo – il solo pensiero che un morto, per quanto caro, venisse a dormire nel mio letto, mi faceva rabbrividire. Qui sta la rivoluzione: nel fatto che per Candiani non ci sia alcuna differenza tra il posto dei vivi e il posto dei morti. Nelle poesie di Bevendo il tè con i morti, i morti non hanno smesso di abitare il mondo, solo lo fanno in modo diverso, lo abitano in silenzio e più da vicino, in una comunione profonda con le cose. «Guarda nella natura, da nessuna parte, neanche nel più millimetrico pezzettino di terra puoi vedere solo vita o solo morte, sono proprio mescolate e all’inizio, quando te ne accorgi sembra la fine di un idillio, ma chissà forse l’idillio è proprio quello, quell’indissolubilità».

Siamo una narrazione che finisce, ma non per questo è sensato smettere di raccontarci. E, soprattutto, se è vero che per noi c’è sempre il domani, non sprechiamolo nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico (Kavafis):

Non abbiamo tempo. Diciamo spesso così. E intanto la vita se ne va ed era l’unico modo che avevamo per familiarizzarci con la morte.



Voto: ●●●●○

recensione di Federica Guerra