canto della pianura

“Canto della pianura”, di Kent Haruf, pubblicato da NN Editore – Recensione di Francesca L. Lovecchio

Kent Haruf è stato la scoperta del 2016, a dimostrazione che i miei amici mi danno sempre buone dritte. È un autore di cui si è parlato moltissimo già con il primo libro edito da NN Editore, Benedizione, il primo della Trilogia della pianura, cui fa seguito Canto della pianura. Il libro colpisce già per la stupenda copertina, che evoca gli scenari descritti così minuziosamente dallo scrittore; sono i paesaggi del Colorado, paese in cui Haruf ha vissuto quasi sconosciuto per tutta la vita.

Torniamo ancora ad Holt, la cittadina immaginaria dove si muovono gli ordinari personaggi di Haruf, fra le strade del paese e le deserte strade di campagna che costeggiano la pianura, conducendo una vita che qualcuno definirebbe noiosa.
I protagonisti sono diversi e si incontrano e scontrano man mano che la trama va avanti. Troviamo Tom Guthrie, che insegna storia americana nel liceo cittadino, i suoi due figli Ike e Bobby che devono fare i conti con la madre che va via di casa, in preda ad una forte depressione; la professoressa Maggie Jones che accoglie in casa una studentessa di 17 anni, Victoria Roubideaux, cacciata di casa dalla madre quando scopre che aspetta un bambino; i fratelli Harold e Raymond McPheron, allevatori ed agricoltori di mezz’età che dovranno imparare a vivere insieme ad una donna dopo una vita passata da soli. Sullo sfondo si muovono altri personaggi, funzionali alle storie dei protagonisti, amici e molto spesso nemici.
Il libro però non si riduce a un quieto scorrere del tempo, con un’alternanza di cene, pranzi, litigate, nascite e un po’ di sesso. I personaggi vivono anche esperienze molto traumatiche, che grazie alla capacità narrativa di Haruf si materializzano davanti a noi con una vividezza e soprattutto una crudezza notevoli. Insomma, se la scena del cavallo in Revenant vi ha fatto inorridire, quella descritta in questo libro – e che segna il passaggio dall’infanzia alla vita adulta dei piccoli Ike e Bobby – vi farà accapponare la pelle.

Quello che mi piace di questo autore è la sua capacità di raccontare il quotidiano con una semplicità e un’intensità disarmante; la vita palpita ad ogni capoverso, mentre le descrizioni vivide ci fanno sentire immersi nel clima afoso di un’estate di tanti anni fa.
Colpisce molto lo stile, che ricorda tantissimo Cormac McCarthy con il discorso diretto che irrompe nella narrazione senza virgolette né trattini, e che mi riporta al disorientamento del cercare di capire chi stesse parlando in quel momento. Ma colpisce soprattutto perché né Haruf né il narratore intervengono nella narrazione: a parlare sono sempre e solo i fatti, le azioni, le conversazioni fra i personaggi. Il lettore è libero di pensare ciò che vuole, di parteggiare per i buoni o i cattivi, per i grandi o per i piccoli. Non verrà influenzato dai commenti di una terza voce né troverà grandi massime sulla vita, sulla morte o sull’amore. È un romanzo sulla vita, descritta in tutte le sue sfaccettature, e non c’è tempo per fermarsi a pontificare sui massimi sistemi del mondo. Questo non vuol dire che sia un libro banale, anzi tutto ciò rende Canto della pianura un libro ben più profondo di altri.

Quello che resta alla fine della lettura è la sensazione di essere entrati dalla porta di servizio nelle vite di persone ordinarie, di esserci fatti trasportare sulle ali del vento del Colorado dentro le cucine e le stanze da letto di persone che vivono esattamente come noi lettori, cullati dal canto della pianura che ci accompagna a ogni riga, che ci rassicura e evoca luoghi e tempi che certamente mai vivremo.

Voto: ●●●●○ e mezzo


recensione di Francesca L. Lovecchio

Francesca L. Lovecchio

Francesca L. Lovecchio

Scrivo per me stessa, ma a volte lo faccio anche per gli altri.