città in fiamme

“Città in fiamme” di Garth Risk Hallberg, edito Mondadori (2016) – Recensione di Giacomo Faramelli

Ho finito Città in Fiamme. È passato un mese e mezzo circa dalla data di uscita quindi vi assicuro che l’ho letto. Tutto. Anche i ringraziamenti, ma solo per educazione.
Il librone (mille pagine, edito in Italia da Mondadori) di Garth Risk Hallberg, è stato salutato a metà febbraio come esordio dell’anno in larga parte del mondo occidentale. Forse anche a causa del rumore prodotto dal robusto assegno di un milione di euro che Knopf, casa editrice americana presso cui ho presentato domanda per l’asilo politico, ha staccato all’esordiente Hallberg.
A scanso di equivoci Città in Fiamme è un gran libro con cui ho trascorso ore piacevoli di lettura. Ambizioso, imponente, a volte farraginoso nella mole di ricordi e situazioni, intessuto di relazioni umane discordanti e disfunzionali, il libro di Hallberg è un romanzo mondo che ci porta a vivere nella New York a cavallo tra 1976 e 1977, una città piena di “Muchness”, una ricchezza di vite, storie e fatti che riempie da sempre, o almeno dall’anno del signore 1900, come ci ha insegnato The Knick, la metropoli occidentale per eccellenza.

Un città che “brucia di vita” nonostante una pesante crisi economica, dove interi quartieri vengono declassati ad aree degradate, l’eroina è onnipresente nelle strade, e cittadini inermi non riescono più a credere che l’amore sia l’unica forza in grado di cambiare il proprio destino, come le canzoni alla radio continuano a dire.
La musica è ovunque in questa città che brucia. Il punk prima di tutto. Allegoria della politica che oscilla tra un lato pericolosamente totalitarista ed uno estremamente pop, in bilico tra “creazione e distruzione”. Ed è curioso davvero che un tale atto d’amore per un genere che della brevità ha fatto uno stilema, venga da un libro così lungo e complesso. Patti Smith e Bowie sono i numi tutelari, appaiono in sogno, orientano le scelte dei più giovani tra i protagonisti del romanzo. L’eco del Cbgb’s si trova in ogni descrizione del locale in cui suonano gli Ex Post Facto, band del protagonista, così meravigliosamente simile ai Voivods di Richard Hell.
È l’intera parabola umana del romanzo ad essere punk rock. La frammentazione delle vicende dei protagonisti, presentate al lettore anche sotto forma di materiale estratto da fanzine, email, dattiloscritti e giornali, non è solo una precisa, quanto già vista, scelta stilistica. Gli uomini e le donne che popolano New York vivono vite velocissime, dissonanti, che si scontrano le une con le altre in un pogo elettrico.
Nella prima parte del libro facciamo così la conoscenza, ballando con loro, prendendoci a spallate e urlando, con le tante persone che ruotano intorno al ferimento di una ragazza a Central Park nella notte del 31 dicembre 1976, a cominciare dalla coppia di fratelli il cui rapporto detta il respiro del romanzo: Regan Hamilton Sweeney, erede di un impero finanziario che manifesta segnali di cedimento e il suo diseredato fratello William, frontman degli Ex Post Facto e pittore che si rifiuta di esporre le proprie opere.
Intorno a loro, nelle prime file di City on Fire, si muovono il marito di Regan, Keith, vanesio principe azzurro pieno di sensi di colpa, Mercer, il fidanzato di William, giovane insegnante di lettere alla ricerca dell’ispirazione per il suo grande romanzo americano, Charlie e Samantha, due adolescenti di periferia che vengono fatalmente attratti dal punk e dalla città, i loro amici punk post-umanisti, un giornalista, e, assieme a molti altri, un detective che cerca di comporre il puzzle invisibile per capire chi abbia sparato alla ragazza di Central Park.
Una serie di uomini e donne che abitano la città senza appartenervi, o meglio, non appartenendo a niente e nessuno, sentendosi sempre come lo starman di Bowie, osservando la propria vita accadere, le persone andarsene, le parole tracciare confini più solidi di quelli imposti dalle classi sociali che dividono rigidamente gli abitanti di NY.
Città in Fiamme è una ricerca d’amore, ancora meglio: un appello alla sua incerta conservazione. Come rabdomanti i personaggi di Hallberg si mettono in cammino tra uptown e downtown alla ricerca dell’amore, da trovare o recuperare. Affamati come la stagione di eccessi e abusi che stanno vivendo, arrivano stanchi e affannati all’appuntamento con la chiusura di un tempo, e della vicenda del romanzo, che coincide con il grande black out del 13 luglio 1977. La fine di un’epoca e l’inizio di un’altra passano dalle fiamme degli incendi appiccati in quella notte di rivolta. Saranno quelle fiamme a illuminare un futuro diverso per William, Regan e tutti gli altri che incredibilmente si sorprenderanno ancora vivi, e non più soli.

Hallberg ha scritto un’opera ambiziosa, che intreccia grandi questioni sociali, dall’hiv all’eroina, dai pericoli della speculazione finanziaria ai reduci di guerra, dall’aborto all’uso della violenza, dalla ricerca di Dio al concetto di famiglia, alle vite di uomini e donne comuni. Supportato da una lingua febbrile e quasi sempre puntuale nell’accompagnare le vicende narrate, Città in Fiamme è anche e soprattutto un romanzo su New York, la città è protagonista e fondale al tempo stesso, in un gioco di specchi che ci porta a considerare come casa nostra vicoli e angoli malfamati così come i viali di Central Park.
Un atto di amore e di fede nel prossimo, una ribellione contro la solitudine che alligna dentro ognuno di noi. Perché è lì, nei nostri cuori, che più di ogni altro posto la città va in fiamme. Tranquilli. Come dice Hallberg: “Vi vedo. Non siete soli”.

Voto: ●●●○○ e mezzo


recensione di Giacomo Faramelli