il barone rampante

“Il barone rampante” di Italo Calvino – Articolo di Mariolina A. Fanelli

Un giorno di metà giugno del 1767 un ragazzo di dodici anni si arrampica su di un elce, decide che non scenderà mai più. Il suo nome è Cosimo Piovasco di Rondò, meglio noto come Il Barone Rampante.
Quando ho letto per la prima volta questo libro di Italo Calvino avevo quindici anni e, senza pormi troppe questioni a riguardo, decisi che quello sarebbe stato il mio libro, per la vita. Dunque, lo ammetto, non sarò imparziale.
Per dirla con Pavese, Calvino è “uno scoiattolo della penna“; la narrazione in terza persona (è il fratello di Cosimo, Biagio, a raccontarcela) scorre leggera, sembra di passare senza peso di ramo in ramo, da una pianta all’altra, insieme al protagonista e di vivere con lui questa stramba esistenza tutt’altro che monotona. Il Barone Rampante è, anzi, un vero e proprio bildungsroman: il percorso di formazione del protagonista, pur senza che questo rimetta mai i piedi per terra, avviene come quello di un qualsiasi altro ragazzo della sua età. Cosimo conosce l’amore e il dolore che questo comporta, impara il latino e il francese, si unisce ai briganti, adotta un cane e, addirittura, la fama della sua storia spinge perfino il filosofo Voltaire ad interessarsi a lui. Nel racconto, dunque, non manca niente, c’è umorismo, fantasia, avventura.

La capacità di Calvino di sviluppare un’immagine semplice – quella di un bambino che sale sugli alberi, appunto – e portarla alle estreme conseguenze, è strabiliante. Se da un lato siamo davanti ad una sorta di storia per bambini alla Alice nel Paese delle Meraviglie, dall’altro, come spesso accade in Calvino, dalla grana fine della sua scrittura appare tutta l’immensità del non scritto. E allora ecco che la scelta di vivere sugli alberi, forse non è più solo il capriccio di un bambino stufo del solito pranzo a base di lumache, ma una scelta che ha a che vedere con il sopravvivere. Quello che spinge Cosimo ad abbandonare il mondo di Laggiù e a trasferire la sua intera esistenza tra le fronde degli alberi è, a mio avviso, un senso profondo di inappartenenza, tanto incolmabile quanto invalicabile sarà la distanza, seppur apparentemente minima, che lo terrà per sempre separato dal resto del mondo. Il valore di tale distanza sarà doppio fino alla fine: è motivo di rottura ma è àncora di salvezza, è dolore ma è grande prova di coraggio, è ribellione ma è essere sé stessi con tutte le proprie forze.

Quando si tratta di Calvino, però, è necessario guardarsi bene dal lanciarsi in allegorie e interpretazioni troppo esatte, se non si vuole rischiare di sfiorare la dietrologia più banale. Egli dice e non dice, Cosimo potrebbe sì essere emblema della disobbedienza e della ribellione morale più rigorosa, ma il tono scherzoso con il quale la storia è raccontata ci lascia perplessi. Quello che rimane di essenziale è l’immagine di un uomo che vive sugli alberi: al Lettore in bilico sui rami l’ardua sentenza.


articolo di Mariolina A. Fanelli