infinite jest

“Infinite Jest” di David Foster Wallace – Articolo di Enrico Macioci

Infinite Jest compie vent’anni. Uscì nel febbraio del 1996, quando David Foster Wallace aveva trentaquattro anni. Sarebbe morto nel 2008, a quarantasei, senza mai più toccare quel livello.
Io ho letto un sacco di libri oramai, ma sono tre quelli che mi hanno segnato di più: L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson nell’infanzia, Misery di Stephen King in adolescenza e Infinite Jest in età adulta – lo lessi durante l’estate del 2009, in esilio dalla mia città terremotata. Non intendo affermare che questi tre libri siano i migliori che abbia letto né i più belli (un libro bello può essere meno buono di un libro meno bello, credo); ma di tutti e tre ricordo l’impatto: un misto di meraviglia, gratitudine e gioia – anche nel caso del terrificante Misery – per il semplice fatto che vi fossero persone capaci di pensare e scrivere così. Scendendo nel dettaglio, potrei affermare con una buona dose di approssimazione che Stevenson mi aprì gli orizzonti della fantasia, King quelli della paura e Wallace… beh, Wallace quelli del coinvolgimento emotivo. Se dovessi riassumere in una sola parola Infinite Jest (d’ora in poi IJ), un mastodonte di 1283 pagine zeppo di digressioni scientifiche, filosofiche e metanarrative, la parola sarebbe: emozione. Leggendolo scoppiavo a ridere spesso e di cuore – nessun’altra opera mi ha divertito tanto, nemmeno i sublimi Racconti umoristici di Mark Twain – e poi d’improvviso mi saliva una gran malinconia; e se alcune volte i due sentimenti si presentavano, ancorché consecutivi, ben distinti, altre volte si mescolavano in un nuovo sentimento, una sorta di pietà umoristica o allegria tragica per il destino di noi umani – fragili, buoni, crudeli, folli – che forse è il “riso nella gola della morte” di shakespeariana memoria.

Ecco la cifra, stilistica e cognitiva assieme, che rende unico Foster Wallace. Certo era un tipo bizzarro, contorto e genuino, narciso e timido, esibizionista e schivo; certo il suicidio getta un’ombra sulla sua figura – e l’ombra, si sa, possiede fascino; ma ritengo che la sua presa sui lettori, il fatto che molta gente lo ami d’un amore prossimo al culto, che i lettori, pur intimoriti dalle sue capacità, gli vogliano bene come a un amico, ritengo che tutto ciò si debba alla sua tempra morale, che a propria volta si traduce in un’estetica precisa. Wallace si preoccupava di comunicare con gli altri, e di farlo in una maniera calda ancorché difficile. Wallace temeva il freddo in cui nuotiamo e cercava di combatterlo. Le sue nevrosi acuirono una sensibilità intensa e lo portarono a nevrotizzare la scrittura. La scrittura da un lato lo aiutò, dall’altro finì d’affogarlo perché non rappresentava una fuga e nemmeno uno sfogo, esigeva il ruolo scomodo e salvifico della panacea. La scrittura per Wallace non poteva costituire un mero intrattenimento né risolversi in astratto raziocinio; la scrittura doveva essere un fuoco acceso nel buio dell’universo, un bivacco per anime stanche ma non arrese alla profondità della notte. L’ammirazione di Wallace per Dostoevskij, testimoniata in uno dei suoi notevoli saggi, si basava più sulle qualità spirituali che su quelle letterarie dell’autore russo. Lui amava Dostoevskij perché Dostoevskij mette in campo le questioni ultime con immenso coraggio, per giunta tramite storie avvincenti. L’empatia, un termine oggi abusato, è essenziale per comprendere Wallace; più il suo male interiore lo separava dal mondo – pensiamo a racconti strazianti quali Caro vecchio neon o La persona depressa – più egli sentiva il bisogno d’un contatto con gli altri. Era difficile interagire con lui, ce lo dimostrano il rapporto sofferto con l’amico/rivale Jonathan Franzen o la discontinua corrispondenza con lo pseudo-maestro Don DeLillo; ma se si trovava la chiave d’accesso quel pugno di spine s’apriva in un fiore; così accade leggendo IJ, l’opera in cui Wallace ha più investito.

Può darsi che IJ, un grande romanzo, non sia il più grande della contemporaneità. Underworld di DeLillo mi sembra più compiuto, 2666 di Bolaño più vasto, Europe Central di Vollmann più epico; eccetera eccetera. Ma la sua voce è davvero peculiare; puoi odiarla, però se l’ami cadrai in un incantesimo. Questa voce è una mescola fra stile e struttura. Sia lo stile che la struttura di IJ sono spiraliformi, ricorsivi, ossessivi – Wallace pretendeva che il libro, una volta finito, venisse riletto daccapo e poi daccapo, in un eterno loop; egli, più che accumulare o scavare, gira in tondo costeggiando il buco nero, l’indicibile, ciò che in un doloroso racconto giovanile chiama la Cosa Brutta. La Cosa Brutta, a un primo livello, è la depressione che tormentò l’autore dall’adolescenza fino alla morte; ma a livelli ulteriori è la dipendenza, l’alienazione, l’incomunicabilità, la solitudine (la belva più feroce); e tutte queste cose assieme – metaforizzate nella cartuccia del film la cui visione induce rimbambimento e morte – si traducono in uno stato d’animo basico, universale: l’angoscia di trovarsi quaggiù. Wallace, il cui padre fu allievo di Wittgenstein e che masticava filosofia, appare qui heideggeriano: ci hanno gettato in un tritacarne e dobbiamo in qualche modo cavarcela. La poderosa architettura del romanzo, il suo stile articolato, funambolico, denso, materico, avvolgente, uno stile che segue le evoluzioni del pensiero fin nei più sottili meandri, una tale magnificenza insomma racchiude, come un castello serrato attorno a un graal, l’inermità preziosissima del nostro spirito. Parlo di spirito ma in IJ, dove pure accadono eventi grotteschi, non v’è quasi ombra di trascendenza. L’unico personaggio soprannaturale è Lyle, il santone che vive nella palestra della Enfield Academy dispensando consigli esistenziali e nutrendosi del sudore dei ragazzi. E chi induce alla speranza? Non il regista folle e geniale James Incandenza; non la sua nevrotica moglie; non i suoi tre figli – un calco stravagante dei fratelli Karamazov; non il magnifico Don Gately, uno cui si vuol bene sul serio. Dove quindi alberga la speranza che Wallace non solo cercava, ma riteneva un dovere trovare per mezzo della scrittura? Torniamo al punto di partenza. Leggendo IJ vi sentirete più vivi; percepirete il dolore e la contentezza con maggiore intensità, sperimenterete il riso e il pianto in una maniera diretta, sempre più rara in una società oramai ottusa e ottundente quanto quella che il romanzo – ambientato nel futuro – delinea. Leggere IJ equivale a sperimentare un risveglio interiore, equivale a fare una doccia fredda e subito dopo un bagno caldo, o viceversa. IJ, a dispetto della mole, della cultura, dei viluppi di lessico, sintassi e forma, preme i tasti più delicati con un’immediatezza stupefacente. Per certi versi, e dedicandogli l’attenzione che merita, è perfino un libro ingenuo, un gigante col cuore d’un bambino.

Noterete che non ho nemmeno iniziato a esporvi la trama, né lo farò ora. Vi basti sapere che il romanzo si svolge fra una casa di recupero per tossicodipendenti e un’accademia per tennisti superdotati; che il gioco del tennis è un’efficace metafora della competitività odierna, e che la dipendenza è un’efficace metafora della debolezza che l’odierna competitività induce; che il romanzo ruota attorno a un film malefico e introvabile e che il film (intitolato giustappunto Infinite Jest) è una metafora dell’intrattenimento globale in cui agonizziamo come pesci in un mare tossico; che nel romanzo troverete un tennista che gioca tenendo la racchetta nella destra e una pistola nella sinistra, puntata contro la propria tempia per ricattare l’avversario (se vinci mi ammazzo); troverete alcune fra le più acute riflessioni sul talento che siano mai state concepite; troverete uomini sulla sedia a rotelle che percorrono rupi scoscese a velocità folle; troverete docce il cui pavimento è sparso di bicchieri capovolti dentro i quali muoiono, appannandone il vetro, giganteschi scarafaggi; troverete un ragazzo con la lingua appiccicata al gelido vetro d’una finestra; troverete trecentoottantotto note, alcune delle quali lunghe dieci pagine; troverete una nota (la numero ventiquattro) consistente in un elenco di settantotto cervellotici film del leggendario James Incandenza, poi suicida per aver ficcato la testa in un forno a microonde; troverete monologhi interiori joyciani e frasi fulminee tipo: “Mi manca chiunque” o tipo: “La verità ti renderà libero, ma solo quando avrà finito con te” o tipo: “Sono talmente bella che sono deforme”. Troverete descrizioni così accurate che vi verrà voglia di toccare ciò che state leggendo e astruserie tali da innervosirvi e scoraggiarvi e mandare al diavolo Wallace e la sua sbalorditiva intelligenza. E sappiate che non riuscirete a governare la trama perché una vera trama non esiste o magari se ne sta acquattata nelle divagazioni e nei depistaggi che Wallace pone sul vostro cammino d’impavidi lettori al fine di spiazzarvi e illuminarvi.

Resta un’ultima domanda. Un’opera così monumentale, innovativa e ambiziosa, cosa lascia dietro di sé? Vent’anni cominciano ad essere un discreto lasso di tempo per valutarlo. Mi pare che, sebbene l’impatto di Wallace sul nostro immaginario sia stato, specie dopo il suicidio ma anche prima, considerevole, la sua influenza diretta si dimostri marginale e poco fruttuosa – e lo dico da autore d’un romanzo ritenuto (piuttosto a ragione) un figlioccio di IJ. Wallace incarna un modello non replicabile; è troppo singolare; imitandolo si rischia di parodizzarlo, un po’ come accade con Hemingway, uno scrittore opposto a Wallace ma ugualmente infido – entrambi ti tentano a seguirli e poi ti lasciano nel guado. Non basta variare i temi per distanziarsi da Wallace perché è arduo innestare la propria sulla sua voce, una voce tipica già dopo dieci, cinque, due righe. Con IJ Wallace realizza un miracolo; eredita – consapevolmente – una tradizione che include Pynchon, Barth, Barthelme, Gaddis, DeLillo e la conduce al punto di massima tensione, giusto un attimo prima del Big Bang. O forse il Big Bang avviene, e dopo IJ si deve cominciare a scrivere in un altro modo; forse si è già cominciato e occorre un altro po’ per accorgersene – o perlomeno occorre un altro po’ a me.

Lo stesso Wallace del resto comprese d’aver fatto saltare per aria parecchi ettari di letteratura; al momento del suicidio stava lavorando a un romanzo, Il re pallido, diverso da IJ nelle intenzioni prima che nei contenuti (la pregevole biografia di D. T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, lo testimonia con chiarezza). La versione incompiuta de Il re pallido non vale IJ ma con ogni probabilità Wallace ci avrebbe lavorato ancora a lungo, per cui non conosceremo mai gli esiti cui sarebbe giunto. Ciò che sappiamo è che IJ, come ogni opera estrema, apre una strada – meravigliosa – e nel momento in cui ce la svela la chiude per sempre. È uno dei più crudeli paradossi della letteratura: creare qualcosa di veramente nuovo invecchia il passato e rende più urgente il futuro. Posso sbagliarmi ma ho il sospetto che non ci saranno altri IJ: il suo autore, ben prima di lasciarci, ne aveva nascosto o magari distrutto per sempre lo stampo. Non ci resta, come Wallace desiderava, che leggere IJ e rileggerlo, rileggerlo, rileggerlo, rileggerlo. E sentirci vivi.


articolo di Enrico Macioci