la memoria perduta della pelle

La memoria perduta della pelle” di Russell Banks, Dalai Editore, 2012 – Recensione di Giacomo Faramelli

Due cose mi scandalizzano nel mondo dell’editoria italiana.
La prima. I miei racconti, le mie storie non hanno trovato un editore. È uno scandalo minimo, intimo, basato sull’ego, che non ha quindi alcun tipo di influenza nelle cose del mondo e che al mondo nulla sottrae. Dunque passiamo oltre.
La seconda. Questa sì che è grossa, cazzo! Dei tredici romanzi scritti da Russell Banks, solo cinque sono stati tradotti nel nostro paese. La memoria perduta della pelle, pubblicato negli Usa nel 2011, da noi, per i tipi di Dalai, nel 2012, a cui arrivo solo a quattro anni di distanza (mea culpa dio dei libri belli) è l’ultimo romanzo del più sottovalutato dei grandi vecchi della letteratura americana.
Banks, settantasei anni, non ha mai goduto di eccessiva fama da noi, eppure nessuno, tra i suoi coinquilini nell’attico dei grandi vecchi della letteratura americana, ha saputo raccontare la white trash, la spazzatura bianca, come il buon vecchio Russell. L’indifferenziato bianco è tornato in auge dopo aver decretato, nell’opinione comune, il trionfo di Trump. Il romanziere perfetto per i contestualizzatori e i sociologi da tribuna politica post-prandiale, se solo questi animali fantastici si prendessero la briga di leggere, ogni tanto.
russell banks
Russell Banks scrive di uomini (e donne) che vivono ai margini estremi, spesso anche geografici, della land of opportunities. Non è che il sogno americano sia svanito, ma, semplicemente, è fuori dalla portata, anche fisica, dei suoi protagonisti. Uomini che si muovono dal freddo New Hampshire per cercare fortuna in Florida, finendo col traccheggiare in loschi affari di piccolo cabotaggio, donne che guidano autobus lungo le strade di montagna dello stato di New York e sopravvivono a incidenti mortali, portandone il peso e la colpa, ragazzini soli e abbandonati che regrediscono allo stato di natura, e che alle sue leggi, alla prevaricazione o sottomissione proprie della violenza animale, si attengono con entusiasmo mistico.

Il nostro Russell è scrittore di origini proletarie, un white trash emerso dallo stesso blocco di speranze, violenze e disperazione che sa così ben fotografare nei suoi libri, e, con un tocco forse ancor più potente, nei suoi bei racconti (li trovate ne L’angelo sul tetto, Einuadi, l’unica delle sue quattro raccolte di racconti pubblicata in Italia).

Alla spazzatura bianca appartiene anche Kid. Il ventiduenne protagonista de La memoria perduta della pelle. Rachitico, basso, con la faccia da bambino. Si chiama Kid. O almeno così l’ha sempre chiamato sua madre e così ha deciso di farsi chiamare lui. Una donna sola, in piena bulimia affettiva, abbandonata subito dopo il parto dal padre biologico del ragazzo, assente, che vive la propria maternità come un incidente di percorso, il cui rimedio a questa infelice condizione sta tutto nell’ignorare, o quasi, bisogni materiali e desideri del figlio.
Kid vive sotto un viadotto dell’autostrada. Uno dei tre soli luoghi nella contea di Calusa (sud degli States) che si trovino a più di 750 metri da una scuola, un parco o un luogo dove si trovino bambini. Kid è un criminale sessuale. Condannato ad un anno di carcere e a dieci di libertà vigilata vive con un braccialetto elettronico legato alla caviglia. Kid non è solo. Accanto a lui si muovono le figure infernali di altri condannati per reati sessuali: Otis il coniglio, l’anziano ex pugile, Paco il bodybuilder, P.C. ex insegnante di ginnastica in un liceo, il Greco, proprietario di un piccolo generatore elettrico rubato alla corrente della baia, lo Squalo, un ex senatore dello stato condannato per aver organizzato un festino con due ragazzine minorenni.
Il suo unico amico è Iggy, un’iguana regalatale dalla madre, la cui cura assorbe, nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, tutto il tempo che Kid non passa a masturbarsi e guardare video porno.
Comincia la sera in cui vede sua madre fare sesso con uno dei suoi innumerevoli fidanzati e non smette più. La dipendenza dal porno sarà la causa del suo congedo dall’esercito e la ragione per cui Kid non ha mai avuto rapporti reali con il sesso, né, grossomodo, con le persone.
Il sesso virtuale, l’abuso del corpo femminile sono l’unico modo che Kid ha per riempire la voragine lasciata dall’assenza delle persone nella sua vita. È come se il contatto umano, se i rapporti col mondo intero fossero mutati, per il ragazzo, in un codice Morse fatto di cazzi, sesso anale e cose a tre.

La società fa finta di non vedere il viadotto. Tutti sanno chi c’è lì sotto. Ma non si ammette la riabilitazione – figuriamoci la redenzione – per i criminali sessuali. Siano essi violentatori, pedofili, adescatori, maniaci di vario genere.

Non sappiamo il crimine di Kid finché non è lui stesso a raccontarlo al Professore. Un uomo enorme, obeso e dotato di un’intelligenza senza pari. Kid viene trovato dal Professore dopo l’irruzione della polizia sotto al viadotto. Iggy è stata uccisa e Kid, senza lavoro, ammaccato, confuso, viene avvicinato dal Professore.
Si offrirà di aiutarlo, in cambio di interviste sulla sua condizione di senzatetto e criminale sessuale – il Professore insegna sociologia nella locale università – e della possibilità di provare a reinserire il giovane nel tessuto sociale della città.
Il Professore è un uomo oscuro, come Kid, ombroso, che maschera il proprio carattere con una teatrale forma di cortesia e giovialità, un uomo di mezza età con un rapporto bulimico con il cibo, di compensazione. Ciò che il porno rappresenta per Kid, rappresenta il cibo per il Professore, che, nonostante un passato nebuloso di cui parla con reticenza, è riuscito a costruirsi una dorata vita da rispettato membro della comunità di Calusa con la moglie Gloria e i due figli.

Il rapporto tra Kid e il Professore, un climax di diffidenze, fiducia cieca, verità indigeribili, è il succedaneo del calore umano, l’unico che Kid può conquistarsi nella sua condizione di criminale sessuale. Kid diffida e spera per l’intera durata del romanzo, nel suo linguaggio semplice, fatto di parolacce e abbreviazioni ben rese in questa traduzione, fino a rendersi conto di essersi evoluto in qualcosa d’altro rispetto alla versione di sé precedente al Professore.
Non è un Kid redento quello che troviamo alla fine delle (appassionanti) vicende del libro. È un Kid che ha imparato a riflettere sul senso della giustizia, della sua pena, un ragazzo che trova un proprio modo di rapportarsi agli altri, seguendo un codice etico e morale altrimenti stentato prima di questo scontro con l’altro.

L’idea di redenzione è un ordito lieve che si dipana per la durata dell’intero testo, il solo punto a cui tende, anche se con mollezza, Kid.

Non a caso le pagine più belle di questo bel romanzo, per chi scrive, sono quelle in cui Kid, astraendosi, percorre l’intera storia del mondo, fino alla creazione, quando disperso nella palude di Penzacola, immagina di trovarsi nell’Eden, novello Adamo, con un’intera vita di errori ancora da compiere, ma virginale, puro, completamente assorbito dal solo atto di esistere.

La memoria perduta della pelle, offre un’altra visione dolorosa e feroce di Russell Banks sugli Stati Uniti, una visione in cui al reale si sostituisce, meglio, si innesta, il virtuale. Dove due ossessioni figlie del nostro tempo iper accelerato – la pornografia, il sesso vissuto in modo estremistico, categorizzato e indicizzato, e il cibo, sempre presente, disponibile, in eccedenza estrema e dannosa per la salute – schiacciano due uomini né buoni né cattivi (com’è la quasi totalità di noi), inchiodandoli alla croce delle proprie colpe oltre ogni ragionevole soglia di espiazione.

Come in una puntata di Black Mirror, con in più la disperata bellezza della realtà degli ultimi tra i primi, felicemente maneggiata da questo grande scrittore, Banks ci parla di un giovane uomo che ha perso il contatto con l’altro. Con la propria umanità. Che non ha memoria della pelle, appunto. Un ragazzo che si perde nell’immaginazione, senza riuscire più a cogliere la differenza tra la vita e lo schermo, finendo col pagare alle sue dipendenze un prezzo salatissimo.
Non si è privi di speranza quando si chiude il romanzo. Si è però consci che in questo mondo, dove virtuale e reale sempre più diventano coincidenti, la redenzione, la rinascita passano per processi dolorosi e difficili, fatti di scontri, fughe dallo schermo, e soprattutto contatti con l’altro, con l’essere umano.

Voto: ●●●●○

recensione di Giacomo Faramelli