La vegetariana

“La vegetariana” di Han Kang edito Adelphi – Recensione di Elisa Casaburi – La vegetalizzazione come lotta per l’affermazione femminile

Ho fatto un sogno […]. Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura e freddo. […] Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne…non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita.

Essere donne ed essere vegetariane in un paese come la Corea, in una città come Seul, rifiutare il corpo partendo dal processo nutritivo fino a distruggere completamente le basi stesse dell’esistenza umana, fino a scegliere il mutismo elettivo delle piante e degli esseri vegetali, quel silenzio che è la porta d’accesso principale verso il regno dei defunti.

La vegetariana dell’autrice sudcoreana Han Kang, vincitrice del Man Booker International Prize 2016, premio riservato alla narrativa tradotta in lingua inglese, racconta la storia di una giovane donna, Yeong – hye, la quale decide di diventare vegetariana dopo un incubo notturno. La vita onirica assume un peso rilevante nella vicenda. È la controparte sommersa e dinamica di una vita invece statica e vissuta senza particolare entusiasmo.

Moglie di un giovane impiegato di una grande azienda, Yeong – hye ci viene presentata infatti come una donna ordinaria, remissiva e prevedibile, la cui unica stranezza era non indossare il reggiseno al di sotto del vestiario. La descrizione che ne dà il marito nelle pagine iniziali del romanzo è impietosa e asettica, non lascia spazio ad alcuna inflessione affettiva: è l’epitome di un matrimonio fallito, di un rapporto nato dalla casualità e morto ancora prima di essere consumato nel ripetuto sadismo dei rapporti sessuali. Il meccanismo dell’ordinaria follia coniugale si inceppa ben presto: una notte il marito trova la moglie in cucina, inchiodata davanti al frigorifero aperto; intorno a lei, come tanti monoliti sistemati a collaudare un rituale, sacchetti di plastica prelevati dal freezer, contenenti carne surgelata. Anni di provviste destinate ad essere gettate nell’immondizia. All’uomo che le chiede spiegazioni secondo una logica raziocinante, la donna sa rispondere solo, adottando il criterio inverso dell’illogico abbandonarsi al flusso interiore delle immagini, di aver fatto un sogno. Sogno che diventa il vero protagonista della storia, assumendo la fisionomia di un vero e proprio Evento, dotato della sua scandalosa verità.

I miei vestiti sono ancora bagnati di sangue. Nasconditi, nasconditi dietro gli alberi. Accovacciati, non farti vedere da nessuno. Le mie mani insanguinate. La mia bocca insanguinata. Che cosa ho fatto in quel granaio? Mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa, l’ho sentita premere contro le gengive e il palato, molle e scivolosa di sangue cremisi. Masticavo qualcosa che sembrava così reale, ma non poteva esserlo, era impossibile. La mia faccia, l’espressione dei miei occhi…era senza dubbio la mia faccia, come non l’avevo mai vista. Oppure no, non era la mia, ma era così familiare…Nulla ha senso.

O forse ce l’ha. Ma il senso che ricerchiamo nel piano onirico non segue le stesse leggi che regolano la realtà. Ad una sottrazione del << principio di realtà >>, direbbe Freud, corrisponde infatti un implementarsi della sfera dell’irrazionale, di quel microcosmo abissale che alimenta l’area più riposta della nostra personalità. La visione del sangue, di quella materia cruenta e viva che scintilla nelle mani e nella gola della giovane, diventa l’ammonimento e la parenesi a prenderne le distanze, il rifiuto categorico di ingerire vita altrui e ben presto il rifiuto lento e progressivo della vita stessa. Dopo quel salto nel riposto sgabuzzino dell’anima, l’esistenza di entrambe i coniugi non sarà più la stessa, nonostante lo stakanovismo compensatorio del marito e l’atarassia della moglie.

Scegliere il vegetarianismo in Corea, ben strutturata filosofia più che scelta alimentare, il quale nasce nei circoli pitagorici greci e si sviluppa anche a Roma attraverso la Scuola dei Sesti ( anche Seneca ne fece parte ), è un atto coraggioso e generalmente malvisto. È un orpello inutile ed eccentrico, è lo stigma di una presa di posizione forte contro la tradizione, contro una società gerarchica e patriarcale, all’interno della quale non vi è certamente spazio per i capricci e le stranezze di una donna. La carne degli animali sanguinanti appena uccisi, quell’immagine che tormenta di notte i sogni della giovane, diventa allora il paradigma di tutta la violenza del mondo, concentratasi in quell’unico punto di fuga. La violenza del padre autoritario, veterano della guerra nel Vietnam, quel padre che la picchiava quando era ancora una bambina indifesa, quel padre che è l’anticipazione della ferocia sessuale del marito. La violenza banale di quest’ultimo, nelle inusitate richieste fattele durante gli amplessi, quella ferocia richiesta all’atto fisico proprio nel momento un cui la donna prende congedo dalla corporalità. La violenza del cognato artista che, nel momento della fragilità estrema, la spingerà a misurarsi con le fantasie più spinte legate al corpo, alla sua spazialità e alla sua potenziale eroticità. La violenza liberatoria autoinflitta infine a sé stessa, quel volersi divincolare da tutte le costrizioni: gli abiti, l’alimentazione, la stessa posizione eretta. La scelta è quella di divenire pianta, di “vegetalizzare” in una sorta di neo panica presa di posizione il corpo, i pensieri, le sovrastrutture, le opinioni, di ribaltare le convenzioni, di mettere sottosopra le gerarchie di genere e sociali, urlando al mondo, con una silenziosa ma violenta protesta, la propria diversità. Rinchiusa in un ospedale psichiatrico, una volta scoperta la licenziosa avventura con il cognato artistoide, Yeong-yhe perderà ulteriormente la lucidità mentale. La sua trasformazione, persino agli occhi della sorella tradita, si farà radicale nella sua spiazzante perentorietà:

Imbattendosi nella vista inattesa di una paziente che faceva la verticale in fondo al corridoio ovest, non le era passato nemmeno per la testa che potesse trattarsi di Yong – hye. […] Sua sorella era a testa in giù, in equilibrio sulle mani. Aveva la faccia quasi viola. […] Quando In – hye ( la sorella ) aveva appoggiato sul tavolo le pietanze che aveva portato, Yong-hye aveva detto: “Sorella, non devi più preoccuparti di portare tutte queste cose, adesso”. Le aveva sorriso. “Non ho più bisogno di mangiare”. […] “Sorella, tu lo sapevi?” […] “Io non lo sapevo. Pensavo che gli alberi stessero a testa in su…L’ho scoperto solo adesso. In realtà stanno con entrambe le braccia a terra, tutti quanti. Guarda, guarda là, non sei sorpresa?”. […] “Tutti quanti, stanno tutti a testa in giù”. Era scoppiata in una risata incontenibile, e a In-hye erano tornati in mente alcuni momenti della loro infanzia in cui la faccia della sorella aveva esattamente la stessa espressione. […] “Sai come l’ho scoperto? Bè, ho fatto un sogno, e stavo sulla testa…Sul mio corpo crescevano le foglie, e dalle mani mi spuntavano le radici… E così affondavo nella terra. Sempre di più…Volevo che tra le gambe mi sbocciassero dei fiori, così le allargavo; le divaricavo completamente…”

Essere una pianta equivale a sublimare in un’estatica indifferenza tutte le emozioni e le sensazioni umane. Perdere quella fisionomia banalizzata dalla quotidiana esistenza ed assumere una corazza inespugnabile, l’imperturbabile maschera della Natura. Il necessario diventa superfluo. Mangiare, dormire, fare l’amore, diventano pleonasmi: utile è solo abituarsi ad una lenta scomparsa, assumere i lineamenti assopiti e calmi dei vegetali, bere acqua per pulire la propria anima in un processo catartico il cui epilogo coinciderà con la morte fisica. << Sul mio corpo crescevano foglie >> laddove una volta albergavano cicatrici profonde, dirà la protagonista, in un afflato empatico, alla sorella. Quei fiori sbocciatile fra le gambe saranno il risarcimento per le violenze subite, il dono che il suo corpo restituirà al mondo, la rivolta pacifica di una donna intenta a riaffermare la propria naturalezza all’interno di una società votata all’artificio e alla progressiva scomparsa del cuore.

Il desiderio. L’umanità ruota attorno al soddisfacimento di quest’ultimo e al raggiungimento del piacere derivato dalla sua realizzazione completa. Ecco che persino una donna violata dal dolore e priva del discernimento può divenire la preda perfetta per un artista annoiato. Lui è il cognato. L’ha conosciuta solo attraverso il filtro della moglie. Ha sentito dire di Lei che conserva ancora una macchia mongolica di colore bluastro dove la schiena si allarga nel bacino, segno che sarebbe dovuto scomparire dopo l’infanzia e che invece è ancora là a testimoniare la freschezza e la desiderabilità di un corpo fino a quel momento proibito. Yong – hye , né brutta, né bella, esile figura dai lineamenti insignificanti, dalla postura remissiva e dal carattere introverso, diventa improvvisamente oggetto del desiderio, feticcio da conquistare a tutti i costi. Il suo tentativo di suicidio, l’ha proiettata nell’Olimpo delle eroine moderne. Ed è proprio a partire da questa sfida alle vessazioni paterne e familiari tout court, da questo gesto bizzarro di hybris sfrenata, che il cognato inizierà ad incanalare le sue frustrazioni erotiche sulla giovane donna, trasformandole – o sublimandole per utilizzare il linguaggio della psicoanalisi freudiana – in allucinazioni artistiche, e meditando di utilizzarne il corpo come tela bianca sulla quale dipingere un Eden di folle disperazione. Il fallito videoartista le chiederà infatti più volte di posare nuda e di esporre il proprio corpo alla maestria dei suoi pennelli: quest’ultimo si coprirà così di motivi floreali, diventerà icona stessa della naturalizzazione dell’umano, tutt’uno con l’ èlan vital che abbraccia il macrocosmo terrestre, sarà contemporaneamente passivo lenzuolo sul quale riportare immagini parlanti e attivo soggetto di seduzione per chi ormai ha perso la speranza in un proprio successo personale. Dall’arte si passa velocemente all’estetica del bisogno. I due fanno sesso e lo fanno davanti ad una telecamera accesa, entrambe ricoperti di fiori. Entrambe simulacri di quella natura ormai scomparsa dalle moderne megalopoli. Lei ignara di ciò che sta accadendo, ormai completamente persa nel suo mondo onirico, lui lucido spettatore che lentamente sta smarrendo le coordinate che lo legano alla realtà degli eventi. La metamorfosi sta cogliendo entrambe: è una regressione dal piano del contingente a quello della irrazionale fuga dal mondo. Yong- hye viene internata. La parabola della sua reclusione, da subdola carcerazione del pensiero subita fin dall’infanzia, trova compimento. L’ospedale psichiatrico di Ch’ukseong è il simbolo tangibile della repulsione degli istinti e della necessità di conformare il diverso alle regole della comunità. L’unico contatto che le rimane con la realtà esterna è rappresentato dalla sorella, tra tutti i componenti della famiglia solo lei ha deciso di non abbandonarla.

Yong -hye aveva quattro anni meno di lei, una differenza d’età abbastanza grande perché non crescessero in competizione l’una con l’altra. Quando erano piccole, il padre, che aveva la mano pesante, le lasciava spesso con le guance doloranti, e Yong – hye aveva risvegliato in lei un senso di responsabilità simile all’affetto materno, il bisogno di dedicare tutte le sue energie a prendersi cura della sorella minore. Poi, con stupore, aveva visto quella stessa sorella, che un tempo sguazzava nella sporcizia e soffriva periodicamente di un eczema dietro le ginocchia, diventare grande e sposarsi. L’unica cosa che l’avesse rattristata era che, crescendo, Yong- hye si era fatta sempre più taciturna. Lo era sempre stata, certo, però sapeva essere anche molto allegra e socievole quando l’occasione lo richiedeva. Ma per qualche ragione – nel corso degli anni, non all’improvviso – era diventato difficile capirla. Così difficile che a volte sembrava una perfetta estranea.

Saper perdonare è un atto estetico. Dal desiderio, dal bisogno, si passa al puro evento della riconciliazione. Perdonare è l’ultima tappa della vita individuale, è l’estrema centratura attorno al proprio principium individuationis. Ti perdono perché perdono in me le mie mancanze, perché so andare oltre le sovrastrutture sociali che mi imporrebbero di odiarti e costruisco invece, partendo dalla mia libera intuizione, un ponte di pace verso la tua solitudine. La sorellina piccola ha di nuovo commesso qualcosa di moralmente ineccepibile, ha rotto il << vaso di Pandora >> del pudore e della liceità legata alla sfera del sessuale, ma sta alla maggiore riparare l’atto disgregatore dell’equilibrio emozionale di entrambe, non con la veemenza del rimprovero, bensì con l’arte del saper accogliere nell’amore fraterno. La lezione del romanzo, se mai l’autrice si è imposta realmente un messaggio finale, oltre a quello legato alla rivolta femminile contro le imposizioni della civiltà patriarcale, credo sia legata proprio a questo aspetto: quanto siamo capaci di sacrificare la presunta ragionevolezza della nostra rabbia per abbandonarci agli eventi? Quanto è importante il nostro cuore nelle scelte che maturiamo nel corso della nostra vita? Siamo realmente in grado di perdonare chi ci ha ferito nel profondo? Può l’amore oltrepassare il risentimento per un passato che a tratti ancora ci perseguita?

Il testo affronta una serie delicata di tematiche con la leggerezza di un soffio di vento. Lo stile è infatti aereo e fluido. La storia non ha niente di morboso o di ossessivo: è la normale descrizione di un fallimento matrimoniale, nonché la cronaca di una vita femminile che recupera, nella rinuncia estrema, nella abnormità di una patologia mentale a tratti percorsa da lampi di lucidità, la propria dignitosa fisionomia. L’essere donna è ingrediente fondamentale durante tutto il percorso della narrazione. Donne sono l’autrice e la traduttrice, donne sono le protagoniste, donna è la Natura di cui Yong -hye si finge idolo (nel senso etimologico del termine derivato dalla lingua greca). Femminile è anche il titolo, a riprova del fatto che la qualità attributiva da esso predicata acquista valore proprio in quanto riferibile ad un soggetto sessualmente connotato. Femminile è la fuga nell’inconscio a cui la giovane sposa si abbandona: regressione, introversione, follia, sono tutte facce di una stessa medaglia che ha nel polo dell’Anima, intesa in senso compensatorio rispetto al maschile, il proprio asse.
In – Hye imbocca il tunnel. È una via di uscita dal rancore che ammorba la nostra vita, verso il benefico influsso dell’amore. Uscire dall’odio significa rinascere ad una nuova vita fatta di condivisione e di caritatevole solidarietà.

In – Hye imbocca il tunnel. Dentro è più scuro del solito, per via del tempo. […] Ascolta l’eco dei suoi passi. Una grande falena dalle ali maculate […] si stacca dal muro, svolazzando in un buio saturo di umidità. Lei si ferma un attimo, per guardare il battito delle sue ali. Ma, quasi sapesse di essere osservata, la falena si posa sul soffitto nero come la pece e non si muove più.

La sorella si è accorta di essere osservata, la sua malattia non è più un enigma, ora è ben visibile al mondo. È lei la falena che smette di muoversi, è lei la piccola creatura che tenta di confondersi nel nero, in quel male che pervade la storia collettiva e personale di ogni individuo, per non dover mostrare la propria fragile armatura. La pece è la colla che inchioda all’ Evento Traumatico. Le ali sono la possibilità di fuga, la delirante libertà dell’abbandono alla vertigine del volo. Fermarsi equivale a riflettere sulla propria condizione di isolamento.

A suo marito piaceva filmare tutto ciò che volava: uccelli, farfalle, aerei, falene, mosche. […] Probabilmente l’unica cosa che amasse davvero erano le sue immagini: quelle che aveva filmato, o forse solo quelle che doveva ancora filmare. La prima volta che era andata ad una delle sue mostre, dopo che si erano sposati, era rimasta sbalordita;[…] Un ricordo le era rimasto particolarmente impresso. Jiwoo aveva da poco compiuto un anno e cominciava a muovere i primi passi; suo marito lo aveva ripreso con la videocamera mentre camminava incerto nel soggiorno assolato. […] “Che ne pensi?” disse, con gli occhi sfavillanti di vita, eppure in qualche modo insondabili “se creo un’animazione? Se ogni volta che Ji-woo fa un passo dalle sue orme spuntano dei fiori, come in quel film di Hayao Miyazaki? No, non dei fiori, sarebbero meglio delle farfalle. […]”.

La farfalla è dunque l’emblema di quella naturale joie de vivre che appartiene solo ai bambini e ai folli. Ecco perché è accostata al figlio piccolo, ancora claudicante nel tentativo di imparare i primi passi, e alla cognata, così irrimediabilmente indifesa e seducente, perché persa in un onirismo senza scampo. La farfalla è il simbolo dell’anima, di quella che i greci chiamavano psychè. Jung ne parla nel libro << Simboli della trasformazione >>, nel capitolo intitolato << il canto della falena >> dedicato ai sogni di Miss Miller: egli vede in questo eìdolon o archetipo l’immagine dell’uomo alla ricerca del divino, dell’energia libidica che si estroverte al punto da raggiungere il culmine della propria ricerca, il Dio che coincide con il Sé più profondo. Nel cromatismo della scrittura di Kang, la farfalla anela invece al buio, come a dire che l’anima introverte il proprio desiderio nella spasmodica e autolesionistica rincorsa dell’oblio. Eppure Yong-hye, proprio come una pianta, si nutre di luce. Più volte ha denudato il petto e lo ha esposto ai raggi del sole, dimenticando la realtà circostante, più volte si è abbeverata di fotoni, aspettando che la fotosintesi clorofilliana sostituisse in lei il normale processo nutritivo. Come un albero millenario, la giovane donna ha cercato di radicarsi alla terra e di saltare contemporaneamente nella luce, ha cercato la vertigine dell’altezza partendo dalla consapevolezza delle radici. Ha osato accostarsi all’atarassia delle piante, non avendone la calma sfrontatezza. È quella farfalla che esce dal bozzolo, ma non ha ancora il coraggio di volare. Dirà Jung, a proposito dell’immagine della falena:

“La falena e la fiamma” dovrebbe avere il senso ben noto: volare attorno al fuoco della passione fino a bruciarsi le ali. Il desiderio appassionato ha due aspetti; è la forza che tutto abbellisce ma, all’occasione, tutto distrugge. È comprensibile quindi che un desiderio già in sé violento sia accompagnato oppure seguito da angoscia o annunciato da essa. La passione è una sfida al destino e provoca l’irreparabile. […] La paura dinnanzi al destino è fin troppo comprensibile. […] L’esitazione del nevrotico a lanciarsi nella vita si spiega senza difficoltà con il desiderio di poter restare in disparte per non venire coinvolto nella pericolosa lotta per l’esistenza. Chi però rinuncia al rischio di sperimentare la vita deve soffocare in sé stesso il desiderio di vivere e commette quindi una specie di suicidio parziale. Con questo si spiegano spesso le fantasie di morte che accompagnano la rinuncia al desiderio.

Secondo la psicologia analitica junghiana, le fantasie di thanatos sarebbero un prodotto di quella personalità che non riesce a convertire il proprio potenziale energetico in una conquista tangibile. Dalla frustrazione per la propria rivolta, dequalificata in partenza nel raggiungimento dei propri obiettivi, nascerebbe quel senso di impotenza che spinge gli individui a sperimentare forme lente ed estenuate di suicidio. Una ribellione alla morale precostituita dunque, un voler prendere congedo dalle abitudini e dalle canoniche e comuni ricette della felicità, ma anche una ricerca di quel dio interiore che può trovarsi solo nella totalità del processo ascetico. La sorella non può che prendere atto della trasformazione di Yong – hye e prefigurare questa sua Verwandlung nella bellezza austera ed immobile della Natura:


Han Kang


Mentre aspetta che scenda il dottore, ( In-hye ) si volta a guardare la zelkova che sorge nel giardino davanti all’ospedale. È un albero vecchissimo, è evidente, deve avere come minimo quattrocento anni. Nelle belle giornate, quando dispiega al sole i suoi innumerevoli rami lasciando che la luce faccia scintillare le foglie, pare quasi che voglia comunicarle qualcosa. Oggi, che è una giornata fradicia e intorpidita dalla pioggia, è reticente, e cela i propri pensieri. Nella parte bassa del tronco, la corteccia vecchia è scura come una sera satura di umidità, e le foglie, sferzate dalla pioggia, fremono mute sui rami più piccoli. E lei vede il viso di sua sorella, che tremola come una spettrale immagine residua sullo sfondo di quella scena silenziosa.

Il miracolo è compiuto. La sorella << taciturna>>, che << in quel periodo parlava talmente poco da rendere impossibile qualunque tipo di comunicazione sensata >>, vive adesso nella corteccia delle piante. Il suo sangue è la linfa che alberga al di sotto delle scorze << virenti >> degli alberi, la sua voce si moltiplica come per magia, è l’eco che attraversa ogni foglia mossa dal vento, è l’espandersi delle radici nella terra, è lo sgranchirsi dei rami al sole.

“Non sono più un animale, sorella” aveva detto, dopo essersi guardata intorno nella stanza vuota, come se stesse per rivelare un importante segreto. “Non ho bisogno di mangiare, non più. Posso vivere senza. Ho bisogno soltanto del sole.”
“Che cosa dici? Veramente pensi di esserti trasformata in un albero? Come fa un pianta a parlare? Come puoi pensare queste cose?” Gli occhi di Yeong – hye brillavano. Un sorriso misterioso danzava sul suo viso. “Hai ragione. Le parole e i pensieri presto spariranno tutti. Manca poco.” Yeong – hye era scoppiata a ridere, poi aveva sospirato. “Prestissimo. Bisogna aspettare ancora un pochino, sorella”.

Il finale del romanzo ha il sapore di una sofferta conquista. Nella catarsi del dolore arriva infatti l’agnizione finale: il riconoscersi sorella, laddove la società modernizzata ha bandito la fraternità dal decalogo dei valori praticabili. Nelle parole sospirate di Yeong -hye sta tutta la precisione di un riscatto ottenuto. Il suo corpo che si è assottigliato fino a raggiungere le dimensioni che aveva nel periodo prepuberale ha ritrovato però la grandezza e la profondità della propria anima. La farfalla è adesso pronta per il suo volo.

Voto: ●●●●○


recensione di Elisa Casaburi