Paolo Cognetti

“Le otto montagne” di Paolo Cognetti, edito Einaudi – Recensione di Enrico Macioci

Sono nato e cresciuto a L’Aquila e ho trascorso le vacanze estive della mia infanzia e adolescenza alle Dolomiti. Amo e pratico la montagna, e via via ho capito che la sua magia consiste in uno stato mentale, un misto di determinazione, umiltà (vocabolo derivante da humus, terra), avventura, sacrificio, gratuità, rischio e bellezza. Tutto questo, e altro ancora, si trova nello splendido romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne (Einaudi, 2016), un libro che ammiro ben al di là di alcuni richiami, davvero singolari, alla mia biografia. Cognetti – finora autore di racconti – inventa una storia semplice e potente, che commuove senza sfiorare la retorica, e la incastra come una stella alpina nella roccia della moderna alienazione.

Pietro è un ragazzo di città che d’estate i genitori conducono a Grana, minuscolo centro valdostano ai piedi del Monte Rosa. La madre è saggia, posata, il padre ansioso, insoddisfatto, schiavo di un brutto fantasma del passato. A Grana Pietro stringe amicizia con un coetaneo del posto, Bruno, che trascorre i giorni fra i pascoli e l’alpeggio. Il padre di Pietro e il selvatico Bruno consentono all’autore di illustrare due modi opposti di rapportarsi alla montagna: il primo (incarnato dall’adulto) essenzialmente agonistico e quasi cronometrico, una combinazione di sfida alla natura e fuga – tutta cerebrale però – nella natura stessa; il secondo (incarnato dal ragazzo) invece libero, istintivo, gioioso; nella rozza e silvestre flanerie di Bruno si agita uno spirito così prossimo alle pietre, all’erba e agli alberi da rasentare l’identificazione. Bruno è custode di sentimenti arcaici ed eterni; in ciò sta la sua forza ma anche la sua debolezza. Se riuscirà a tenersi fuori dal mondo – dalle nevrosi, dalle follie, dalle gabbie del mondo – vivrà in solitudine ma in pace; se però il mondo lo raggiungerà, difficilmente Bruno saprà opporre adeguata resistenza.

Gli esseri umani sono più ardui da affrontare delle piante, degli animali, delle bufere e di qualunque salita.

Oppone resistenza al mondo, con una sorta di cupa ferocia, il padre di Pietro; privo però dell’innocenza di Bruno, egli resta confinato sul mero piano razionale. Conquistare una vetta lo soddisfa giusto il tempo di annotare sull’agenda la nuova impresa, senza però lasciargli qualcosa che durerà, qualcosa da portare giù con sé nell’inferno quotidiano. Per l’uomo, che pure la ama, la montagna non schiuderà mai davvero i propri misteri. La montagna non si conquista coi muscoli e neppure con la forza di volontà bensì con l’ascolto – ascolto del disgelo, dei corvi, delle foglie mosse dal vento, delle ore che gocciolano lente, delle nevi perenni, dei rifugi deserti, dei fiumi che scendono a valle, delle rovine infestate dai rovi, delle nubi che adombrano i pendii, delle catene che si stagliano sul cielo cangiante, della segreta intelligenza dei pianori, delle faglie, delle creste. Pietro (alter ego di Cognetti) simboleggia il punto d’incontro – e il precario equilibrio – fra la visione del padre e quella dell’amico. Attratto all’inizio dal carisma paterno e smanioso di apparire in gamba, scivola quindi abbastanza presto nell’ottica quieta di Bruno, una creatura talmente concreta che finisce per astrarsi dalla realtà, limitandosi a viverla.


Le otto montagne


D’un tratto però, come spesso accade agli adolescenti, Pietro si ribella sia all’uno che all’altro modello, e a lungo fugge da Grana. La sua assenza scava un vuoto che permette allo strano genitore e allo strano amico di legarsi in un rapporto improbabile e profondo, sancito dalla comune passione per i luoghi valdostani. Qui, nelle pagine che non ha scritto, Cognetti integra due personalità imperfette ma complementari, permettendo loro di sbocciare. Entrambi gli uomini, giocando di sponda, comprenderanno meglio sé stessi e Pietro che, allontanatosi, li ha “traditi”. Parecchi fatti decisivi Cognetti li tace o li accenna, con una sobrietà e un’incisività che non hanno nulla da invidiare ai maestri americani cui svela d’ispirarsi – Hemingway, Carver, altri. Leggere Le otto montagne equivale a contemplare il fondo di una pozza d’acqua dalla superficie gelata: sotto il ghiaccio terso e sottile della forma scorre la vita della storia, dei personaggi, delle emozioni, una vita che palpita come un argenteo branco di trote.

Cognetti disegna un triangolo emotivo il cui vertice è rappresentato da Pietro. In direzione di Pietro convergono sia il padre che l’amico, cosicché egli realizza una sintesi fra la rigidità del primo e l’eccentricità del secondo. Questa sintesi gli permette di non cadere in uno dei tanti crepacci dell’esistenza – l’intero libro simboleggia i grandi nodi esistenziali pur non smettendo mai di essere netto, preciso, tattile.

Non sarebbe tuttavia giusto individuare in Pietro il massimo protagonista: gli altri due sono suoi pari. Bruno poi, fin dalle prime pagine, emana un fascino sobrio ma tragico. Egli, lo avvertiamo, si troverà fuori luogo ovunque tranne che a Grana; a differenza di Pietro, non ha alternative. Il pathos riverbera dal libro poco a poco, come brace, nutrito dalla suprema cura del dettaglio, da una dedizione artigianale per l’arte della prosa. Cognetti scalpella ogni sentiero, ogni oggetto, ogni passo, ogni gesto nel nostro immaginario e il suo racconto ci abbaglia, simile a un torrente che scorre fra i sassi sotto il sole del mezzodì.

Infine, una breve nota a margine. Basta conoscere anche solo approssimativamente la biografia di Cognetti per sapere che Le otto montagne è un romanzo in larga parte autobiografico. In un’epoca di sofisticata autofiction o di scaltra rottura della forma, in un’epoca di fiera contaminazione tra romanzo, sociologia, filosofia, storia, cronaca, questo libro così dolce e così vigoroso ci dimostra che una buona storia è sempre il modo migliore per rendere universale ciò che, in un primo momento, appartiene solo a chi scrive. Non conta che Cognetti abbia avuto un certo tipo di rapporto col padre né che abbia un amico montanaro. Ciò che conta è quel paesino fra i monti, quel triangolo di affetti sghembi, quel tono rude e soffice, quelle poche, intense parole che i due amici si scambiano quando giungono in cima, laddove il resto del mondo svanisce e al contempo diventa più reale:
Tu lo sapevi che si usciva dalle nuvole?
Ci speravo.


recensione di Enrico Macioci