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Lettera d’amore allo yeti” di Enrico Macioci, Mondadori, 2017 – Recensione di Giacomo Faramelli

SPOILER: in questo romanzo accadono cose!1!1!
Riccardo e Nicola sono un padre e un figlio che tentano di riprendere il naturale corso delle proprie vite dopo la scomparsa improvvisa di Lisa, moglie di Riccardo e madre del piccolo Nicola. Il padre soffre di incubi allucinati, il figlio ha una passione sfrenata per lo Yeti, lo scimmione peloso a cui ormai sembrano credere solo lui, Messner e lo stagista di The Newsroom.
Nicola sembra amare e temere allo stesso tempo la leggendaria creatura, un essere mostruoso e magico capace di qualunque cosa. Nicola è così convinto dei poteri altrimenti divini dell’essere misterioso da arrivare a scrivergli una lettera struggente e domandare indietro la madre.
Nella casa al mare il bambino divide le sue giornate tra il campo scuola di un vicino hotel, dove stringe amicizia con numerosi coetanei e lunghe, esclusive chiacchierate con un misterioso anziano vicino: Teodoro Inverno. Riccardo è sollevato dalle capacità di recupero di suo figlio dopo il lutto ma allo stesso tempo il rapporto esclusivo tra Nicola e il vicino, altrimenti silente e invisibile, rode come un tarlo.
Mentre Riccardo stringe amicizia con Walter, amante come lui di Stevenson, tanto da dedicare ad un suo personaggio, Long John Silver, il nome del proprio locale sulla spiaggia, la vita, inevitabilmente, continua ad accadere: Riccardo conosce Ismaela, una cameriera dal passato travagliato, così diversa dalla moglie scomparsa, così adatta a lui.

Tutto sembra andare per il meglio. Le ferite paiono guarire a velocità insperata, quando il mistero, l’abisso che quotidianamente circondano i personaggi di Enrico Macioci (si legga anche il precedente Breve Storia del Talento), tornano ad assediare le vite degli abitanti di questo romanzo.

Una ragazza scompare. Nello stesso luogo, nei pressi di un chiosco a forma di limone, dove altre quattro persone tra anziani e bambini sono scomparse nei dieci anni precedenti. Riccardo inizia una lenta discesa agli inferi, dove incubi sempre più reali e malvagità aride e taglienti potranno essere battute solo dall’amore immenso per Nicola e dalla propria capacità di attraversare e oltrepassare il dolore.

SPOILER: lavorare il lettore ai fianchi, colpirlo con un uppercut. O della lingua e del suo uso.
Il rapporto padre figlio è il cardine su cui si impernia Lettera d’amore allo Yyti, guarigione e nostalgia i temi che si innestano nel nucleo principale. Un fuoco in una notte oltre il quale vi è solo buio e dentro a quell’assenza di luce, il mistero.
Macioci parte da un impianto narrativo somigliante ad un piano inclinato, senza strappi e accelerazioni violente o frenate altrettanto brusche. Ad ogni pagina la velocità aumenta in misura impercettibile. Un po’ come quando in attesa di partire alla stazione non riusciamo a capire se sia il nostro a muoversi o quello accanto. La sensazione di muoversi – o di stare per – è continua, disorientante persino.
I personaggi che si affacciano sulla scena sono figure reali, dai tratti lisci e bitorzoluti allo stesso tempo: Inverno, il vicino dolce con Nicola e freddo con il padre, misterioso e mutevole, Walter, una spalla bonaria per conversare e un fanfarone reticente quando si tratta di raccontare sé stessi agli altri, Ismaela, affascinante e tormentata, l’anziana vicina di casa che allude a sventure prima di mostrarsi di nuovo come un’anziana desiderosa di fare amicizia. Più di tutti è Nicola a sembrare un bambino in carne ed ossa, pensieri e dialoghi. Sempre in bilico tra la dolorosa e fantasiosa capacità di elaborazione del lutto tipica dei bambini e un’infanzia dorata fatta di lunghe scorribande estive. Mentre Riccardo, un padre spesso indeciso a tutto, mi ha provocato un moto rancoroso di fastidio, per quanto io sia convinto della bontà del lavoro svolto sul protagonista – e voce narrante -, è questa sua totale umanità in cui il lettore si specchia a risultare a tratti persino disturbante.
Per descriverli Macioci usa una lingua essenziale, senza fronzoli o spertichi letterari di gran moda. A far da corona ad un uso sapiente dell’italiano, alcuni arcaismi, molte metafore mai banali né arzigogolate. Si percepisce un lavorio infinito sul testo, parola dopo parola, decine di migliaia di pagine di letture che Macioci non si risparmia mai di consigliare tramite i propri social network (seguitelo, non riuscirete a star dietro alla sua entusiasta adesione al culto dei lettori onnivori).
Una menzione speciale per le scene di sesso. Mai una riga fuori posto, una voce dissonante, o una metafora bollita al ventesimo passaggio editoriale. L’unico paragone possibile, a riguardo, è quello con lo stesso tipo di scene ne I capelli di Harold Roux, di Thomas Williams (Fazi). Un gioco perfetto di specchi e rimandi. Se non è un complimento questo poco ci manca.

SPOILER: ORA PARLO DI KING E MACIOCI.
Nella prefazione all’edizione italiana del suo 10 dicembre George Saunders dice che per allontanarci dagli scrittori che ci hanno intrappolato dentro al mistero del raccontare storie, dobbiamo “scalare le loro montagne”, dunque usare la voce di qualcun altro, prima di accorgerci di quale sia il sentiero che conduce alla montagna col nostro nome.
Troppo spesso in questi ultimi mesi molti pareri, ben più autorevoli del mio, hanno fotografato Enrico Macioci e la sua Lettera d’amore allo yeti, più o meno in cima ad una montagna enorme, dal nome altisonante: mount King.

Macioci viene spesso accostato al Re. In un momento in cui gli stati letterari italiani (ri)scoprono la potenza “di fuoco” narrativa e la portata letteraria che tanto ha scavato nell’immaginario collettivo mondiale dell’autore del Maine, molti scrittori avrebbero preso come una benedizione quell’accostamento: pascendosi mansueti dell’etichetta avrebbero raccolto i frutti, e in termini di vendite e in termini di popolarità.

Enrico Macioci invece si è sempre discostato da King: ossessionato dalla possibilità che la sua grande passione letteraria per l’autore della saga de La torre nera (a proposito: che trailer bomba! E il nuovo It?!? BOOM!), lo portasse a diventare un pallido epigono, universalmente riconosciuto come una versione italiana del re, ha lavorato sodo per raggiungere il sentiero verso la propria cima e scrivere partendo da un unico canone: il proprio.
Un lavoro in itinere già intrapreso nei libri precedenti. Se in Breve storia del talento alcune scene si specchiavano, almeno in parte, in alcuni racconti kinghiani (la scena del ritrovamento del corpo non poteva non far pensare a The Body, il racconto di King da cui è tratto Stand by me), in quest’ultima fatica a farsi più vicine sembrano altre voci del panorama letterario a stelle e strisce: il rapporto di un figlio che spesso indulge e solidarizza col padre mi ha fatto pensare al legame tra genitore e figlio nel (meraviglioso) romanzo breve di Richard Ford, Incendi; la voce interiore di Riccardo racchiude in sé lo stesso riverbero marziale e dolente della voce del padre in The Road, di Cormac Mc Carthy.
Dunque è in questa capacità di leggere la vicenda umana, lungi dall’essere completa o perfetta che sta il cuore di questo piccolo canone dell’autore.
Un canone (incompleto se non altro per motivi anagrafici) in cui vedo e sento molto cuore e vissuto personali, molta voglia di dare alla vita una spiegazione, un motivo al perché siamo qui che sia unico e proprio; ultimo e ben più importante: credo che Macioci stia tentando la costruzione di un argine al male.
Già a partire da “La dissoluzione familiare” passando per “Breve Storia del talento”, fino a quest’ultima fatica, lo scrittore abruzzese sta costruendo, un libro alla volta, una barricata (o un ponte?) verso e contro un abisso. Per quanto si stia inoltrando in un territorio inesplorato, sembra aver trovato un sentiero che lo porta a dare alla vita umana una forma familiare ma chiaramente distinguibile. Allo stesso tempo il mistero che assedia questa nostra vita è ritratto in modo tanto misterioso quanto alieno. Quella di Macioci è una scrittura matura che ormai attinge dal cuore e dall’ombra in un lungo viaggio verso la cima della propria montagna.

Voto: ●●●●○

recensione di Giacomo Faramelli