luce ovunque

“Luce ovunque”di Cees Nooteboom: un viaggio a ritroso nella poetica di un beat – Articolo di Elisa Casaburi

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

G.Ungaretti, Il porto sepolto, Mariano 29 Giugno 1916

È questo il più antico dialogo sulla terra.
La retorica dell’acqua
esplode sul dogma della pietra.

Ma all’invisibile conclusione
solo il poeta sa come va a finire.
Intinge la penna nelle rocce
e scrive su una tavola
di schiuma.

C. Nooteboom, Scolastica, dalla raccolta Esca, 1982

Il poeta scandagliatore di abissi, il poeta palombaro e ricercatore di tesori nelle profondità marine: è un modello ben radicato nella letteratura novecentesca, basti pensare alle pagine ungarettiane della celebre raccolta del 1916 Il porto sepolto, al Cimitero Marino di Valery oltre che ad alcuni passaggi eliotiani o montaliani, nei quali la figura dell’acqua è sempre metafora di una condizione esistenziale ben più complessa. Il poeta che in un solo gesto riesce a portare alla luce il canto, che riesce a sottrarre alla melma della quotidianità il nitore della parola poetica, apparentemente senza sforzo. Il poeta come orfico mediatore tra le profondità dell’inconscio e le luminescenze della coscienza razionale, come mediatore degli opposti, come vaso in cui si effettua la trasformazione alchemica dal nero al bianco, dall’ignoto al conosciuto, dal buio alla luce.
luce ovunque
Leggendo Cees Nooteboom ho avuto subito la percezione di una grande ricerca stilistica e allo stesso tempo di una grande visionarietà. La parola spesso ermetica, dal valore simbolico ed iniziatico, è veicolo infatti di un’immagine che si situa violentemente dentro la mente dei lettori, un’immagine che nell’immediatezza del bagliore da essa sprigionato, contiene però un senso profondo, artificiosamente (intendendo con ciò la positività insita nel lavoro artigianale che sta alla base di ogni creazione poetica) creato da chi di poesia ne ha letta molta.

C’è dietro Ungaretti, maestro dichiarato, ma anche il correlativo oggettivo montaliano, appreso dalla lezione di Eliot, c’è la rivisitazione del pantheon mitologico latino, ma anche un’ironia tutta moderna nell’affrontare le tematiche basilari dell’esistenza umana: il rapporto con la Natura, l’amore, il viaggio, la poesia come mezzo privilegiato di comunicazione e trasmissione del senso, la parola dunque, particella microscopica ma contenente un potere evocativo pari alle forze primigenie del creato, i quattro elementi (fuoco, aria, terra e acqua), intesi presocraticamente come i semi da cui il Tutto scaturì ed infine la morte, stanza luminosa intrisa ancora e sempre del ricordo della vita.

E quel pomeriggio si lasciarono il mondo alle spalle“, come a dire che si diventa poeti solo a patto di una grande solitudine, di un compromesso con il deserto, di una ricerca inesausta di lande inesplorate in cui riporre la propria anima, affinché essa recuperi ciò che è impossibile ormai trovare nel caos della modernità.
Non è difficile sentir riecheggiare nel suono di queste parole il celebre verso ungarettiano “Fui pronto a tutte le partenze“. Il viaggio è rottura nella linearità del tempo, uno strappo all’abitudine soporifera che ci riduce a esseri privi di una fisionomia culturale ben strutturata, è un commiato alla presenza ossessiva del presente ed un avventurarsi, ricco di interrogativi irrisolti, nel futuro.

Una foto pubblicata da Elisa Casaburi (@casaburielisa) in data:


Al viaggio è associata in Ungaretti l’immagine della terra, del peso della carne, della materialità della Storia, che porta l’uomo a fare scelte consapevoli e ad uscire da sé stesso, dalla propria urna, per incontrare l’umanità; l’acqua rappresenta invece il rapporto privilegiato con le proprie origini, il liquido amniotico da cui la vita sgorgò, la sorgente in cui la creatura si rimescola per ritrovare il passato più autentico, fatto non di date e di eventi, ma di luoghi mitici (celebre in questo senso la poesia I fiumi, carta d’identità del poeta alessandrino).
Il viaggio per acqua è dunque un ritorno, un ricongiungimento più che una fuga, un sovvertimento delle leggi ordinarie della diacronia in nome del recupero di una temporalità più autentica e soggettiva, quella della memoria e del ricordo.

luce ovunque
Anche in Nooteboom il tempo ha una grande importanza, soprattutto in relazione al movimento del soggetto nello spazio. A soli ventidue anni egli scrisse un libro che anticipò la tendenza beat della narrativa americana, Philip e gli altri, un romanzo sull’importanza dell’irrequietudine giovanile, sul bisogno di colmare vuoti attraverso il viaggio, atteggiamento questo che egli ricavava dalla propria esperienza. Il romanzo fu un successo e lo rese famoso al pubblico.
Da allora la sua vita di girovago ebbe sempre nuove dimensioni da esplorare, l’inarrestabile voglia di scoprire e conoscere lo portò a non accontentarsi mai del già dato, ma a sperimentare. Anche la poesia nacque così da un bisogno di misurarsi con l’ignoto, da una caparbia spinta a cimentarsi in qualcosa che aveva strettamente a che fare con l’istintività delle impressioni ricavate dai viaggi, ma anche con la meditazione sui momenti salienti della propria esistenza. Era dunque il mezzo privilegiato per riflettere retrospettivamente sul proprio “sradicamento”, senza perdere l’originalità epifanica del ricordo.

La silloge Luce ovunque ha una caratteristica particolare, nominare la quale ci riporta a riflettere sul valore del tempo per il poeta belga.
Essa procede infatti a ritroso, partendo dalle poesie recenti, fino ad arrivare, nelle ultime pagine, alle raccolte degli anni Sessanta. L’autore così ha commentato in un’intervista la scelta di seguire tale criterio organizzativo:

Preferisco prendere l’avvio dall’attualità e poi accompagnare il lettore alle origini del mio lavoro.

L’obiettivo è dunque quello di accompagnare i lettori per mano, ricostruire con loro, nel segno della luce, la parabola esistenziale di un uomo alla ricerca della propria dimensione organica, filosofica e poetica; è un tornare alle origini, quelle della propria vita, quelle della storia universale, quelle della specie umana, attraverso un connubio speciale con le cose, non inerti presenze, ma frammenti carichi di passato, schegge di meraviglia.

Se le ultime poesie mostrano dunque una vena più malinconica, la consapevolezza dell’invecchiamento che corrode la vitalità umana anticipando la fine, le prime per composizione riflettono invece il bisogno giovanile di scardinare le vecchie mitologie in nome di un classicismo cosmico, maggiormente vicino alla Natura e alle sue manifestazioni più immediate:

Campagna sotto la pioggia
una spada arrugginita. Un mito logorato dall’uso.
Gli immortali sono morti e dimenticati,
loro casa è una tomba.
Il loro occhio è una pietra con cui vedono tutto:

questo punto e la sua distanza,
e tutte le lunghezze di tempo nel mezzo –
la voluttà che sempre più avvolge i loro corpi
in un movimento corrotto.

Agli dèi pagani, ormai muti, Cees Nooteboom sostituisce una natura parlante, umanisticamente intesa come portatrice di segrete corrispondenze. Al mondo della classicità logorato dall’uso che di esso è stato fatto nel corso della storia, egli preferisce il canto vergine, quello che nomina le cose con stupore, che abbraccia le presenze e le creature con leggerezza, che avvolge la realtà con la speranza di coglierne il senso nell’insensatezza, la luce nel buio, la vita nella morte:

Sono sepolti, i miei amici.
Sotto gli alberi continuano i corpi il loro cammino.
La loro anima è una moltitudine di foglie
mosse dal vento.

L’albero diventa la soglia, il tramite tra l’Averno e la vita sulla Terra, il ponte che collega questi due mondi in realtà in perpetua comunicazione.
Il tema preromantico della tomba è frequente in Nooteboom. Frutto di decenni di pellegrinaggi alla scoperta dei sepolcri di scrittori e poeti fu infatti l’opera Tumbas. Sulla complementarità, di matrice foscoliana, tra tomba e poesia così si esprime l’autore:
luce ovunque

In questo momento storico le persone si sentono sole. E la poesia offre loro qualcosa che va oltre le vite di ciascuno, trasporta in un luogo che sta più in alto della quotidianità. Compie questo strano miracolo per cui parte da un punto personale e arriva all’universale. Di questo si sente il bisogno, in un tempo di smarrimento come quello in cui viviamo. Infatti le letture di poesie hanno qualcosa di speciale. Persone sole, abituate a leggere in solitudine, che poi si trovano tutte insieme a condividere una situazione. La lettura poetica diventa una liturgia, il luogo diventa una chiesa.

Agli antipodi della pietra, della statica sacralità del sepolcro, simbolo di quella che vita che riflette su sé stessa, sta però la dialettica degli elementi, la loro virtù di combinarsi per dare forma ad una nuova specie creaturale. Il viaggio riparte così dallo svecchiamento dell’immaginazione e della lingua votata alla sua rappresentazione:

[…] lungo la strada spinifex, animali con nomi che
assomigliavano
a fiori. Il sole era qualcuno che correva loro incontro,
[…] la strada sgusciò fuori dallo specchio, sensazione del già
passato.

Ora dovevano trovare un posto per dormire,
disporre i loro corpi nudi
in uno spazio senza punti d’appoggio.
Tutto di loro invenzione, solitario
come l’inizio di qualcosa, dialogo
in una lingua ancora inesistente.

Si avverte in questi versi l’eco della poesia zanzottiana, la ricerca di una lingua pura e originaria, che nomini il mondo senza falsificarne la natura di dono e di specchio della divinità. La parola è stratificata, contiene in sé l’eco di tutte le generazioni passate sulla terra, è mobile freccia che attraversa le ere e ne ingloba le voci, trasformandosi in un concentrato di emozione. Il termine specifico (numerosi i lessemi tratti dal linguaggio botanico, spinifex, euforbia, ibisco, che ci ricordano la precisione classificatoria di un poeta “naturalista” come Pascoli) diviene così la cifra di una nuova umanità che, consapevole del proprio allontanamento dall’Eden, desidera parimenti un ritorno alle origini e anela a riscoprire la nomenclatura autentica delle cose, al fine di ridar loro una rinascita nella salvezza.
hugo-claus
La caduta dell’essere umano non è mai definitiva. Alla morte si accompagna sempre la possibilità del ritorno. Così all’amico Hugo Claus egli dedica una poesia serotina:

La sedia azzurra sulla terrazza, caffè, sera,
l’euforbia si tende verso divinità assenti,
nostalgica della costa, ogni cosa un alfabeto
di desideri segreti, questa è la sua
ultima visione prima del buio,

il velo dentro la sua testa. Lui sa,
svaniranno le forme delle parole,
nel calice solo la feccia,
linee tra loro scollegate

che un tempo erano pensieri,
non verrà più parola alcuna
che sia vera. Grammatica sbriciolata,
immagini sfocate senza legame,

del vento il suono
ma non più il nome,
qualcuno l’ha detto
e la morte era distesa sul tavolo [..]

Tutto questo lui lo sa, l’euforbia,
la sedia azzurra, il caffè in terrazza,
il giorno che lentamente lo avvolge […]

montale
Il tono elegiaco del componimento ci ricorda i versi montaliani di Caffè a Rapallo, con i quali il poeta ligure salutava Camillo Sbarbaro, l’amico ormai scomparso.
Sono entrambe un arrivederci, un affidare il sentimento per chi non c’è più al paesaggio, alla natura in quanto nume tutelare e protettrice dei defunti e al caffè, luogo di incontri e di scambi umani, postazione mitica da cui entrambe misuravano la loro diversità:

Natale nel tepidario
lustrante, truccato dai fumi
che svolgono tazze, velato
tremore di lumi oltre i chiusi
cristalli, profili di femmine
nel grigio tra lampi di gemme
e screzi di sete…
Son giunte
a queste native tue spiagge,
le nuove Sirene!; e qui manchi
Camillo, amico, tu storico
di cupidigie e di brividi.

S’ode gran frastuono nella via […]

Anche per Nooteboom la via, la strada rappresentano quell’altrove dove l’uomo impara a vivere. Egli ce l’ha dimostrato nella sua vicenda biografica: i suoi spostamenti sono stati infatti molteplici e si sono susseguiti nel corso del tempo senza avere mai una sosta. Forse è per questo che egli può affermare senza difficoltà, in uno dei suoi ultimi componimenti:

Fuori ormai non vado più,
ci sono fuori. A metà strada tra la palma
e il fico. Sotto la mezza
luna, sette ore ancora alla rugiada.
Gocce sulla piombaggine.

cees nooteboom
Il canto cerca allora di creare, in una sorta di aura neo–panica, una dimensione inusitata in cui al soggetto sia data la possibilità di perdere la propria fisionomia e di immedesimarsi con la natura e con gli oggetti artificiali tipici del mondo contemporaneo (non a caso la poesia reca il titolo Fuori):

Ogni istante della nostra vita
dovrebbe avere un nome
che non assomigli al nostro,
che ci dimentichi. Ogni secondo
una cifra su un registro

di battiti di ciglia, sussurrio
origliato, versi di poesia
inframezzati ai giornali,
sussurrio di brina e di neve,
la più lenta poesia
della durata.[…]

ogni cosa per sempre
sposata a sé stessa.

Il termine durata è programmatico: ci riporta alla Recherche proustiana, al tempo circolare di Bergson, al tempo della memoria e del ricordo, ai simbolisti e dunque ai poeti ermetici; a quella prospettiva sincronica in cui il passato, per via di un andamento analogico del pensiero, riesce a riconnettersi al presente e a prefigurare il futuro. È il tempo circolare della poesia montaliana Cigola la carrucola nel pozzo, in cui la memoria è avvicinata per l’appunto all’immagine di un secchio che, salendo dal pozzo, assomiglia al ricordo innalzatosi dalle profondità dell’inconscio. Quel cerchio che, ci dice Montale, è come “un puro cerchio” nel quale “un’immagine ride“, prefigura il ritorno dei cari scomparsi, ma è un’illusione! Le immagini tanto anelate scompaiono infatti subito e:

la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

La consapevolezza del distacco dal passato è netta. In Cees Nooteboom c’è invece la fede in un miracolo. Nonostante infatti, come dichiarava il poeta ligure, anche per il nostro autore le divinità siano assenti, c’è ancora la fede tutta laica nella possibilità che tutto possa

formare un cerchio
tondo come un quadrato

Come a dire che l’amore per il mondo e per la vita crea prodigi. Basta solo non abbandonarsi al pessimismo dilagante!


articolo di Elisa Casaburi