moby porcelain

Porcelain – Storia della mia vita” di Moby, Mondadori, 2016 – Recensione di Francesca Piva

Dal prozio Herman Melville Moby deve aver ereditato – oltre che l’ispirazione per il suo nome d’arte, credo – i geni di una scrittura fuori dal comune. Non mi vergogno a dirlo, non esagero, non mettetemi in croce perché la mia personale bilancia pende un po’ più verso un memoir underground piuttosto che verso un capolavoro della letteratura americana: Porcelain – Storia della mia vita non diventerà certo un classico come Moby Dick, consigliato tra le letture estive del liceo, ma è un ottimo libro. Un libro che ho preordinato, atteso con ansia, cominciato a leggere appena scartato e divorato in pochi giorni, nonostante le 427 pagine. Un libro che si è piazzato sul gradino più alto del mio “podio letture 2016” e ancora adesso, a fine anno, non molla la medaglia d’oro. E ne leggo parecchi, di libri. E ha avuto rivali agguerriti, come ad esempio Le Ragazze di Emma Cline, che guarda quasi ce la faceva a salire ma poi si è dovuto accontentare dell’argento. Un libro con cui ho ossessionato tutti i miei cari: fidanzato, mamma, papà (Moby chi?), amiche, fratello, cani, iniziando una frase su due col fatidico “Ma lo sai che Moby…” – incipit che ha fatto roteare svariate paia di occhi verso l’alto. L’ho consigliato e continuo a consigliarlo a chiunque, in un’equazione in cui io sto ad Ambrogio come Porcelain sta ad un Ferrero Rocher e la persona che ho davanti soffre di un’impasse letteraria al pari di quell’indeciso languorino della signora di giallo vestita.
Ma entriamo un po’ più nel merito.

Il titolo e la mole del volume potrebbero far pensare che la narrazione si snodi attraverso tutta la vita di Moby fino ad oggi, e invece no: il periodo preso in esame va dal 1989 al 1999 – e vi assicuro, in quei dieci anni è successo molto più di quanto possiate immaginare. Sicuramente molto più di quanto potessi immaginare io, nonostante segua Moby da sempre. Ma la mia conoscenza era prettamente musicale, non avevo mai indagato sulla sua (ora so burrascosa) vita privata. Ciò che rende un’autobiografia interessante è l’effetto sorpresa, scoprire che l’idea che ti eri fatta di una certa persona è del tutto errata – scoprire che la realtà è più assurda, più incredibile.

moby porcelain
Nel 1989 Richard Melville Hall ha 24 anni, è uno squatter cristiano vegano e al verde da poco sfuggito ai ricchi benpensanti del Connecticut per tornare alla sua amata New York. Compone musica e crea compilation su cassette che distribuisce ai locali astri nascenti della techno newyorkese – e viene scelto per diventare lui stesso un astro nascente della techno newyorkese. Dj resident del Mars, del Palladium e di altri club iconici, vive appieno la scena rave anni ’90, il Meatpacking District coi suoi marciapiedi insanguinati e malfamati, e dipinge un affresco underground di una metropoli affascinante e spietata che (ahinoi!) non conosceremo mai. Con naturalezza racconta che la sua ex ragazza sta con un certo Jeff (Buckley, vi dice niente?), che Madonna non vuole stringergli la mano dopo un djset, che affitta un appartamento senza bagno nello stesso palazzo dove Iggy and The Stooges e i Sonic Youth hanno la loro sala prove, che in preda all’imbarazzo intavola un’improbabile conversazione sugli affari immobiliari col suo idolo David Bowie. Che bacia la fidanzata del frontman dei Prodigy. Che si nutre quasi esclusivamente di porridge, che diventa alcolista e drogato, che la convivenza con la donna che credeva perfetta per lui si trasforma in qualcosa di asettico e frustrante.
La forza della scrittura di Moby sta qui: è fresca, sincera e genuina. Non pecca di pomposità quando racconta dei suoi successi e degli eventi eccezionali di una New York scalpitante, non sprofonda nell’autocommiserazione quando elenca i suoi fallimenti e le sue debolezze; suscita in entrambi i casi una grande empatia, e ti trovi a gioire dei suoi traguardi e a volerlo abbracciare nei giorni di sconfitta. E se l’autoironia è sintomo di intelligenza, allora siamo davanti ad un QI bello alto.
moby porcelain
Come dicevamo prima l’autobiografia si ferma al 1999, ovvero l’anno di debutto di Play, album che ha reso famoso Moby in tutto il mondo. Ci sono un paio di passaggi in cui l’autore si sofferma sulla genesi di Why does my heart feel so bad? e Porcelain che vi faranno venire i brividi – e subito dopo correrete a comprare il disco, se non lo possedete già. Non riuscirete più ad ascoltarlo senza ripensare a tutto ciò che c’è dietro.
Terminare la lettura di Porcelain – Storia della mia vita mi ha provocato non poco smarrimento, l’ho amato profondamente e doverlo riporre sulla mensola è stato difficile. Ah, solo i bibliofili potranno capire il mio dramma! Ma c’è una buona notizia: pare che Moby stia lavorando alla seconda parte del memoir…


Voto: ●●●●○

recensione di Francesca Piva