scherzetto

“Scherzetto” di Domenico Starnone, edito Einaudi, 2016 – Articolo di Giuseppe Rizza

Lui è un artista, un illustratore di una certa età, tormentato dal suo attuale ruolo in ambiente lavorativo (leggi: in declino), ha subito da poco un intervento ospedaliero da cui non si sente ancora ristabilito; la figlia gli chiede se da Milano (dove ormai vedovo da anni, abita da solo, trascorrendo le giornate a leggere un racconto di James che dovrebbe illustrare per un giovane editore) può trasferirsi qualche giorno a Napoli, per accudire il suo nipote: Mario, dato che i genitori saranno impegnati nel tentativo di mettere insieme i cocci del loro matrimonio.
Il romanzo racconta e descrive le giornate in compagnia del nipote (4 anni, e un ego già piuttosto sviluppato), nonché il tentativo (ai limiti dell’estremo) di lavorare proficuamente all’illustrazione del racconto di James.
Una trama che in mano a molti potrebbe rivelarsi alquanto esile. Starnone invece riesce a manovrarla con grande controllo e soppesando le pagine come un venditore di caramelle col suo bilancino.
E quindi la risata salta fuori, essendo comunque uno dei migliori tratti dell’autore partenopeo (Napoli invece non è mai da sfondo, risale come un bassorilievo), ma sempre con puntuale padronanza del racconto, dato che non è una risata fine a se stessa, nè la storia di un Gianburrasca nella Napoli del 2016.

Scherzetto di Domenico Starnone si fa quindi riflessione sulla natura e la durata del talento (“Sì, sì, il fallimento è un corredo essenziale delle vere grandi ambizioni. Si fallisce in funzione della grandezza, non delle piccole mete.”), sul logoramento del corpo e sulla vecchiaia.

La verità, lì, esposto al vento gelato e alla minaccia di pioggia, mi sembrò finalmente evidente. Il mio corpo non si era svuotato di energie soltanto negli ultimi mesi per colpa dell’intervento chirurgico. Il mio corpo era stato vuoto sempre, fin dall’adolescenza, fin dall’infanzia, fin dalla nascita.

Sul rapporto padri-figli, nonché cronaca di un conflitto interno a molti emigranti: la relazione fra l’uomo e la sua terra d’origine, specie se del Sud, specie se martoriata come Napoli.

L’irritazione iniziale si mutò in rabbia. A scuola quella parola non piaceva, maestri e professori ci correggevano. No rabbia – ci rimproveravano –, si dice ira, la rabbia ce l’hanno i cani. Ma la lingua napoletana che si parlava nel Vasto, al Pendino, al Mercato – i quartieri in cui ero cresciuto io e prima erano cresciuti mio padre, i nonni e i bisnonni, forse tutti i miei antenati – non conosceva la parola ira, l’ira di Achille e di altri attivi dentro i libri, ma solo ’a raggia. La gente di questa città, pensai, di questi quartieri e piazze e strade e vichi e banchine del porto piene di fatica e carichi e scarichi illegali, s’arraggiava, non s’adirava. S’arraggiava a casa, per strada, soprattutto quando vagava in cerca di soldi senza trovarne. E spesso bastava poco per azzannarsi con altri arraggiati. La raggia, sí, la raggia, altro che l’ira.

Sorprende ancora (e ancora meglio del precedente lavoro, Lacci) l’apparente assenza di sforzo dell’autore nella lavorazione della materia del libro, meno forse nell’ennesimo tentativo (già presente in altri suoi lavori, su tutti Autobiografia erotica di Aristide Gambìa) di creare in appendice al libro una parziale variante al testo.
Ma se il protagonista è tormentato dal reale valore del suo talento, ciò non dovrebbe accadere al lettore: Starnone rimane uno dei migliori scrittori italiani viventi per padronanza e qualità di scrittura.

Voto: ●●●●○

articolo di Giuseppe Rizza