stalin + bianca

Stalin + Bianca
, Iacopo Barison, Tunué, pp. 179, euro 9,90

Tunué, casa editrice specializzata nelle graphic novel, debutta nella narrativa con una nuova collana: romanzi, curata da Vanni Santoni. Le premesse, devo dire, sono ottime: grafica minimalista ma accattivante, l’obiettivo di “proporre al pubblico ottimi romanzi, caratterizzati dalla forza della vicenda e dalla bontà della prosa”, dichiarato dal curatore, sembra davvero alla sua portata. La qualità letteraria di Stalin + Bianca è davvero fuori discussione.
Iacopo Barison, ventiseienne, oltre che della letteratura è un patito del cinema, e si vede dato che le citazioni all’interno del suo testo non mancano. La sua risposta alla domanda su che cosa sia alla base del romanzo non è quindi casuale:
Volevo scrivere un romanzo che avesse alla base una storia d’amore, un viaggio on the road e una videocamera. La prima perché sono melenso, il secondo perché sono quasi sempre a casa ad alienarmi e almeno scrivendo volevo viaggiare, la terza per tirar fuori il mio immaginario cinefilo, a cui dovevo per forza dar sfogo.
Ma non mancano, visto il risultato, anche molte buone letture: l’approfondimento del minimalismo americano, Breat Eston Ellis e Raymond Carver, e un DeLillo che è di certo una presenza ingombrante di cui l’autore (e non è un compito facile) fa sentire una forte influenza senza rendere pedante la lettura.
L’ambientazione, ma soprattutto i passaggi descrittivi, ci riportano infatti a quel Cosmopolis che è uno dei capolavori dello scrittore americano.

Il romanzo di Barison brilla di luce propria: le capacità di questo giovane autore sono davvero sorprendenti. Dotato di un’abilità narrativa fuori dell’ordinario, usa le parole in maniera precisa, direi quasi chirurgica. La storia si dipana omogenea e compatta, senza picchi ma soprattutto senza cadute di tono, le digressioni sono sempre acute e mai fuori luogo, e la vicenda d’amore tra i due adolescenti, Stalin che prende il soprannome dai suoi baffi e Bianca, una ragazzina cieca che l’accompagna (e non è casuale la mia scelta di dire che è lei che accompagna lui), oltre a rappresentare una storia bellissima di formazione è lo strumento per gettare uno sguardo gelido e lucido, implacabile e disperato sulla nostra società di oggi.  È la società capitalistica al crepuscolo che fa da sfondo al loro viaggio, e proprio per questo più crudele.
Per le strade della capitale, respireremo la crisi di un’epoca che ha fatto il suo tempo. Le banche, i centri commerciali, i ristoranti di lusso. La speranza di un ritorno alle origini è svanita nel nulla: ormai le persone si augurano di non svanire anche loro. Scomparire da un momento all’altro, disperdersi nello spazio e chiamare le costellazioni con i nostri nomi. Sarebbe bello e agghiacciante allo stesso tempo. Svincolarci da un pianeta i cui orizzonti svaniscono, diventando scorci anonimi in bianco e nero. Continuo a guardarmi, e penso ai blister e alle capsule che non ho più. Vorrei prendere a calci il mondo, sia l’emisfero australe che quello boreale, oppure lasciar perdere i calci e diventare un meteorite, il frammento interspaziale che supera la stratosfera e incenerisce gli aeroporti, L’empire State Building, le opere d’arte di civiltà antiche. Vorrei prosciugare i fiumi e i mari e cancellare gli idiomi contemporanei. Impedire qualsiasi tentativo di ricostruzione, personificare i titoli di coda della nostra epoca.

C’è tutto in questo romanzo, la realtà viene fatta a pezzettini e presentata evitando di rimontarla, senza possibilità di scampo: come non c’è redenzione per Stalin e Bianca, non ce n’è per nessuno.
La forma, che è parte integrante del contenuto per avere un prodotto di qualità, è assolutamente impeccabile, forse niente di nuovo ma tutto maniacalmente curato. Una lettura coinvolgente, a volte estrema a volte delicata, con una sensibilità che si rinnova ad ogni pagina e che fa ben sperare per una nuova stagione della narrativa italiana. Non ha scelto la via più semplice Barison per esprimersi, ma la padronanza e la coscienza dei propri mezzi ha fatto sì che evitasse, sempre e comunque, di scrivere in maniera presuntuosa: solo chi ha bisogno di affermare le proprie qualità lo fa. E Barison non ne ha proprio bisogno.

Voto: ●●●●●

recensione di Roberto Sturm