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Terra de Le Luci della Centrale Elettrica – Recensione di Gaia Tarini

Cantami di quei posti dove il wi-fi non arriverà mai

L’inverno sta finendo e con lui è in arrivo una stagione complessa di rinascite, bilanci e sorprese da accogliere a scatola chiusa. Tra loro c’è Terra, il nuovo album di Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica), figlio della pianura ferrarese classe 1984. Questo è il racconto di una storia di gratitudine che dura da dieci anni, tra l’Emilia, un posto imprecisato del centro Italia e un po’ più in là.

Lo ammetto, non sono una collezionista e non ho il feticcio degli album ordinati in ordine alfabetico come ogni autentico conoscitore musicale. Sono disordinata e dimentico sempre di rimettere i dischi dentro la custodia, finendo puntualmente per ritrovarmeli rovinati e graffiati in mano, impietosa testimonianza della mia incuria. Eppure da dieci anni a questa parte, per me comprare i dischi di Vasco Brondi è una specie di tradizione: loro escono, e il giorno dopo eccomi lì, a mettere nel carrello il mio ordine. È successo spesso, è una questione affettiva: è sempre stato così fin dal 2007, quando Canzoni da spiaggia deturpata è entrato a far parte della mia vita non ricordo neanche come e perché, e non mi ha più lasciato. Quel disco, circolato in anteprima come self titled e registrato alla buona in una cameretta della provincia da un tipo stonato con le basette, brillava allora come una bomba a orologeria, detonazione illuminata nei cieli plumbei degli anni della crisi, del precariato e degli studenti fuorisede. Tempi che tutto sommato non sono ancora del tutto passati. Canzoni da spiaggia deturpata (questo il titolo dell’album ufficiale, uscito poi nel 2008 e accompagnato da Giorgio Canali e da una splendida copertina di Gipi) era un gioiello di violento realismo, che raccontava le cronache del nostro presente martoriato, di guerre nucleari, di eserciti di tossici innocenti e ragazzi presi a bastonate nei prati, con uno squisito sentimento postmoderno. Fu un successo vero, di quelli che meritano la vetrina: Brondi è stato uno fenomeno fortunato, una risata a dirotto in grado di guarirci dai nostri tremori. Quegli anni sdruciti per me, hanno iniziato a finire una sera di pioggia a Montepulciano, dopo un suo concerto in teatro, quando ho incontrato Vasco dietro le quinte, un ventitreenne timido e incurvato sempre vestito di nero molto a disagio nel mettersi davanti all’obiettivo. Non so che fine abbia fatto la foto che ci scattarono, ma di quella notte a me resterà per sempre l’imbarazzo di entrambi, l’improvvisa consapevolezza che mi colse della distanza brevissima che ci separava: Canzoni da spiaggia deturpata era proprio questo, un modo per darsi la mano dentro la tragedia e unirsi a un coro consolatorio senza il quale, probabilmente, non ci saremmo mai rimessi in piedi.
Non ne so niente di musica, non la so giudicare da un punto di vista tecnico o formale. Per me una canzone è bella o brutta se mi viene da cantarla sotto la doccia, se la ballo mentre preparo la cena da sola, se ho voglia di condividerla con qualcuno. Le canzoni di Brondi poi, una composizione di musica e testo che esce dalla pianura padana e che spesso ne ha tutte le caratteristiche emotive e metereologiche, non sono esattamente il tipo di canzoni che si ascoltano a una festa. Eppure anche questo Terra – che è evidentemente un diario di viaggio ma soprattutto di ritorno, dopo necessari e volontari anni d’esilio – finisce per farti ballare, finisce per trascinarti dalla sua parte. Non è il taccuino che accompagna il disco, a fare la differenza (i testi di Vasco non sono mai stati così complicati, tanto che chiunque s’è sbizzarrito a far loro il verso, senza capire che il punto non è come si mettono in posa le parole, ma il sentimento con cui queste vengono urlate di città in città, risvegliando un umore collettivo: una sfida che molti hanno perso). No, non è il diario ad approfondire quel solco tra la realtà, ma l’impressione che in qualche modo le cose siano cambiate, eppure che rimangano stabili: un’enorme consolazione per chi fatica a lasciarsi alle spalle il passato, ma che ha bisogno di credere di essere arrivato a un punto di svolta.
Terra è proprio questo. Lo infilo nel lettore mp3 della mia macchina un lunedì sera. Mi terrà compagnia per mezzora mentre guido lungo le strade buie della Pedemontana, spazzate da un vento di fine inverno che sa già di primavera. Il primo ascolto è curioso, il secondo è concentrato, al terzo sto già pensando a quanto siamo cambiati, a quanto ci abbiano cambiato questi dieci anni: Terra è il disco che racconta di questa nostra presa di coscienza, e della distanza – a volte imperfetta – che abbiamo messo tra noi e quello che eravamo. Ho avuto nostalgia di Vasco, delle sue chitarre arrendevoli, della sua rabbia provinciale, che via via si è fatta spazio in Italia e nel mondo, fino ad arrivare ai misteri tragici e purtroppo attuali dell’Estremo Oriente, dove la musica è tra le poche cose che continua a non conoscere barriere.


Vasco-Brondi-in-arte-Le-Luci-della-Centrale-Elettrica-foto-by-ilaria-magliocchetti-lombi
Sotto Stelle marine, il singolo che ha preceduto l’uscita del disco, un utente di Youtube l’altra sera ha lasciato un commento semplice ma efficace: Bellissima Vasco, sei mancato a tutti. Chi si porta sulle spalle quegli anni e chi ha passeggiato lungo le spiagge deturpate che hanno illustrato la difficoltà di sopravvivere in questi famosi, terribili e stupefacenti Anni Zero, ha la mia stessa voglia di salutare un amico che coi propri difetti è tornato e ha voglia di reinventarsi.
Dopo Canzoni da spiaggia deturpata, infatti, tutti aspettavano Vasco per fargli la pelle: ma Per ora noi la chiameremo felicità (2011) è un album del tutto all’altezza, pieno di pezzi duri e crudi, pieno di quel lirismo da pianura che bisogna saper fotografare in un attimo, prima che la nebbia lo ingoi come fa con le persone che vivono sulle rive del Po. Costellazioni (2014) è invece un disco maturo, lungo e non sempre impeccabile, che secondo me dimostra soprattutto il bisogno di Brondi di dire qualcosa senza paura di sbagliare. Ma Terra, beh a Terra voglio bene, anche se non ne so ancora tutte le parole, perché mi sembra che compia un’operazione fondamentale: quella di liberarsi da ogni convenzione, di proseguire per la propria strada invitando chi ascolta a compiere o a ripercorrere un viaggio – oppure no – che si è scelti per sé. Sono passati tre anni da Costellazioni, e dieci da quella notte in teatro a Montepulciano. Nel frattempo la mia vita ha preso strade inaspettate, e ora abito “nel profondo Veneto” di cui parla la quarta traccia di Terra, in quel profondo Veneto che continua a rappresentare una terra di speranze, in netto contrasto con quelle esplorate da Vasco Brondi – che ha trovato il coraggio di tagliarsi le basette, di abbracciare questi tempi moderni, e che tutto sommato continua a cantarli con malinconia e ottimismo. Terra si apre con una canzone pronta per Sanremo,
A forma di fulmine, che scatena e scatenerà l’ira dei fan più integralisti: ma più ascolto il disco nella sua interezza e più mi rendo conto che questa canzone è una provocazione. Invece di piazzare questo valzer laconico e quasi commerciale alla fine, chiudendo l’album con la solita nota che simula un addio, è la conclusione che apre quest’avventura fatta di tamburi, melodie del deserto, cori quasi caraibici e chitarre vigorose. Non c’è più l’ombra sporca e paterna di Canali a sostenere le stonature di Vasco, ma Terra è comunque un disco saldo e coraggioso, che si spalanca e che in un certo senso non ha una fine: A forma di fulmine obbliga l’ascoltatore a lasciarsi alle spalle la dimensione dell’abbandono, e a continuare a correre verso i tempi moderni e stupendi che sono in tutto e per tutto la colonna su cui si regge tutta l’architettura musicale ed emozionale di Vasco Brondi.

A metà del disco eccolo che appare, il secondo lento: è il Waltz degli scafisti, coloro che si orientano con le stelle, come abbiamo fatto noi in questi anni di sogni traditi e poi salvati: Terra suona come un canto, il resoconto di un amico che infine ha fatto ritorno, e che un momento dopo è seduto sul divano a raccontare con emozione ed entusiasmo tutto quello che gli è successo, senza inutili pudori. Vasco è invecchiato, anche, e meno male: le sue lettere d’amore – lettere a un mondo pieno di ingiustizie e di tragedie su cui ridere ancora, in cui s’invoca il “diritto alla segretezza, alla distanza e alla timidezza” – sono più private e meno sfacciatamente popolari; hanno bisogno di un ascolto più intimo, e poi di aprirsi all’improvviso con note solari a cui non siamo poi troppo abituati. E poi c’è Stelle marine, che racconta, insieme a Coprifuoco, di quest’Europa malandata e cosmopolita che nonostante gli sforzi di molti è ancora un continente diviso e fragile. In questo tentativo di raccontare di sé in un mondo che s’intromette con le sue tragedie da telegiornale, Terra è un piccolo sintomo della speranza a cui aggrapparsi, dentro il quale brilla una minuscola luna. È quella dell’istallazione di Ugo Rondinone che fa da copertina al disco, è quella delle pietre magiche e colorate, quella grazie alla quale per un momento l’America può essere davvero la pianura padana, o l’Iran può essere davvero e all’improvviso dietro la porta del nostro soggiorno. Queste storie, che sono meno sfacciatamente “nostre” e più “sue” – ma che in un certo modo riescono ad essere ancora miracolosamente di tutti – sono un regalo prezioso, quello di un amico che ci mostra il ritratto, la testimonianza di un universo che è qui accanto. E che in qualche modo continua a dircelo (con quel suo “è un superpotere essere vulnerabili” dentro la seconda traccia, Qui) che le nostre imperfezioni continueranno a salvarci. Come hanno fatto con lui.

Voto: ●●●●○


recensione di Gaia Tarini