Kent Haruf

“Trilogia di Holt” di Kent Haruf, edito NN Editore – Recensione di Giovanni Zanzani

Mi ero riproposto di parlare di Kent Haruf, per l’esattezza volevo dire due o tre cose su Crepuscolo, pubblicato recentemente da NN Editore. Poi ho capito che non potevo fare a meno di parlare degli altri due libri che insieme a Crepuscolo compongono la Trilogia della pianura (ndr in uscita il 24 novembre, per la medesima casa editrice, in uno splendido cofanetto intitolato Trilogia di Holt), ovvero Canto della pianura e Benedizione, così ho finito per dedicare questa breve recensione alla Trilogia nel suo insieme. Non me ne voglia Francesca L. Lovecchio che già ha recensito ottimamente Canto della pianura per “Una casa sull’albero”.


Colorado


Nella “Lettera aperta ai lettori di Benedizione” il portavoce (anonimo) della casa editrice NN si arrampica sugli specchi per giustificare l’ordine sequenziale con cui la casa editrice ha dato alle stampe i tre romanzi che compongono la Trilogia della pianura, ordine che a più di un lettore è parso quanto meno bislacco. NN ha iniziato con Benedizione, terzo elemento della Trilogia, cui ha fatto seguire Canto della pianura, che è il primo, e ha chiuso con Crepuscolo, il romanzo che Haruf ha scritto e pubblicato (negli Usa) per secondo. Meglio avrebbe fatto a tacere l’editore, se proprio non voleva rivelare che l’opinabile scaletta è stata imposta da sacrosante strategie di vendita. La banale verità è che la Trilogia della pianura di Kent Haruf è meglio leggerla nella sequenza in cui egli la scrisse, così come, se si vuole capire la musica classica, prima viene Bach, poi Mozart, infine Beethowen, anche se le loro opere rimangono capolavori in qualunque ordine vengano ascoltate.

Lo stesso Haruf ha scritto che i tre testi sono indipendenti, pura verità, ma date retta a me, seguite la cronologia giusta e ve li godrete di più. I tre lavori sono slegati, ma compongono uno stesso poema, e i poemi si leggono dall’inizio, non dalla fine.

Ci sono diversi riferimenti che collocano la scrittura della Trilogia nel tempo storico, ne citerò alcuni che mi sono parsi significativi. Nel primo dei tre romanzi (Canto della pianura) una battuta fa balenare l’immagine pubblica di Nancy Reagan. Più avanti, nello stesso libro, la vecchia Iva Stearns mostra ai due bambini che la vanno a trovare la foto del figlio morto in guerra sul Pacifico una cinquantina di anni prima. Nell’ultimo romanzo del ciclo (Benedizione), nel sermone che ne costituisce il fulcro, il pastore Lyle evoca la tragedia delle persone che si lanciano nel vuoto dalle Twin Towers. Dunque chi leggerà questi libri anche tra cinquecento anni saprà che l’epoca in cui le vicende narrate si sviluppano è la seconda metà del XX secolo, con una sbirciatina al XXI. Un lettore statunitense di oggi troverà nei tre volumi altre indicazioni, marche di prodotti alimentari, prezzi di mercato e modelli di vetture, ma in generale Kent Haruf non si serve di semiotica ambientale per marcare la topografia della propria opera, lo fa molto più in profondità coi pensieri dei personaggi, collocati in un evo filosofico perfettamente riconoscibile, quello nel quale il rispetto e l’amore prevalgono sulla violenza e sulla sopraffazione, evo che è stato e sarà sempre metafisico.

Kent Haruf fa tutto questo con la capacità dei grandi scrittori che sanno sfrondare l’umano degli orpelli senza far uscire i protagonisti dal mondo.

Kent HarufIn Canto della pianura i capitoli non sono numerati, ma portano il nome o i nomi dei personaggi che vi agiscono facendo variare di continuo il punto di vista. Si comincia con Gutrie, insegnante, poi c’è Victoria Roubideaux, ragazza madre, Ike e Bobby, giovanissimi figli di Gutrie, fino all’ultimo capitolo che porta il nome di Holt, la cittadina immaginaria del Colorado dove essi vivono, in qualche modo un personaggio anch’essa. Chi conosce la pittura di Hopper rivedrà alcune di quelle solitudini e di quelle vastità. Su tutti sta il cielo dell’Ovest che schiaccia le vite, ma nello stesso tempo ne esalta il valore, in una partitura dalla schematicità quasi bachiana che conferisce al testo una stupefacente ricchezza. Di grande, in questo ritratto letterario dell’America, c’è il bene che supera il male. Nessuno lo riterrebbe possibile, però Haruf è così bravo a farcelo immaginare che finiamo per crederci.

Kent HarufCrepuscolo, il secondo libro della Trilogia ha una partitura più morbida. In esso lo scrittore americano cambia canone, passando dalla macchina fotografica alla cinepresa. I personaggi sono gli stessi, ma li vediamo in movimento, qualcuno viene ripreso addirittura mentre fa l’amore, qualcun altro mentre muore e un altro ancora quando si dà alla latitanza dopo aver commesso crimini odiosi. Il lettore insomma si rende conto di trovarsi dentro una storia in progresso. Ora tutti noi siamo abituati a seguire in tivù e al cinema storie in progresso, ma nessuno di questi mezzi riesce a trasmettere l’intensità del racconto come ci riesce la scrittura di Kent Haruf.

Kent HarufIn Benedizione, ultimo libro della Trilogia, le linee della costruzione nata con Canto della pianura e sviluppata in Crepuscolo si ricompongono (quelle che prima si erano scomposte) e si assiste alla uscita di scena dei personaggi. Benedizione chiude la Trilogia e, come succede a teatro, alla fine dell’ultimo atto gli attori si inchinano verso il pubblico mentre cala il sipario. Là fuori, sotto il cielo dell’Ovest (ma anche altrove), i malvagi continueranno a colpire gli indifesi, i buoni a soffrire per le cause giuste, la vita a unire indissolubilmente gli uni agli altri, ma la rappresentazione deve terminare, le domande disseminate nella trama trovare risposta, l’epopea concludersi, ciò che avviene con semplicità alla fine di Benedizione, quando Haruf ci riporta al nostro suolo quotidiano con un perfetto atterraggio. È tutto molto semplice, così meravigliosamente semplice che viene da chiedersi come Kent Haruf ci sia riuscito.


recensione di Giovanni Zanzani